Mikkeller: due birre “nuove” e tre “vecchie”

 
Anche per lui, Mikkel Borg Bjergsø, vale la stessa frase già usata per altri: "non sta un minuto fermo". Il già ampissimo range produttivo di questo birraio senza birrificio si amplia con altri due prodotti, come sempre, mai banali. E' notizia di pochi giorni fa quella che riguarda la commercializzazione di una sua nuova collaboration beer, la Two Gypsies Our Side, brassata in collaborazione con Brian Strumke della Stillwater Artisanal Ales di Baltimora. Notizia che precede solo di poco l'altra, realtiva al rilascio sul mercato della Monk's Elixir invecchiata in botti di vino rosso. Questo per quello che riguarda il nuovo. Per il "pregresso", invece (ma c'è ancora tanto … lavoro da fare), qui di seguito tre schede di altrettante sue birre, compresa quella della "famigerata" 1000 IBU.

 
Mikkel, fra le sue tante idee “seriali” ha avuto anche quella delle birre single hop (assaggiate la Amarillo, la Nelson Sauvin, la Tomahawk e la Cascade): la serie ha visto ben dieci prodotti, uno per ciascun tipo di luppolo scelto. La Mikkeller 10 è la summa di questa idea, il suo riassunto, la sua celebrazione. Tutti i dieci luppoli della serie ci sono qui dentro, e cioè Cascade, Centennial, Chinook, East Kent Golding, Nelson Sauvin, Nugget, Simcoe Imperial, Simcoe, Tomahawk. Una fiera, quindi, che a non saperla gestire poteva tranquillamente tramutarsi in farsa. Niente di tutto ciò: Mikkel li ha tenuti a freno tutti, i luppoli, permettendo a ciascuno di dare solo il meglio di sé, in questa birra, una IPA con un vol. alc. di 6,9%. Un’ambrata che sviluppa un superbo cappello di schiuma, aromatico all’ennesima potenza, che sprigiona un vastissimo spettro aromatico: dal resinoso/pinoso all’esotico, all’agrumato/citrico, allo speziato/piccante. Una vera delizia per il naso. E anche per il palato, foderato prima dell’attacco luppolato da una soffice protezione maltata (aiutata anche dall’impiego di fiocchi d’avena), che aiuta a stemperare l’esplosione luppolata. Estrosa e fantasiosa, ma soprattutto equilibrata e beverina; e non era cosa da dare per scontata a priori. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 6,9% vol.; ©Alberto Laschi. 
  
 
La Drikkeriget CASA è una delle tre birre che Mikkel ha brassato (da De Proef) in esclusiva per l’importatore/distributore danese di birra Drikkeriget: le altre due sono la DIPA (una Imperial IPA con ABV 10,1%) e la GIPA (una IPA con ABV 6,6%). La CASA è invece una american strong ale, ambrata, una x-mas beer, nelle intenzioni del produttore, brassata con malti Maris Otter, Vienna, Cara-Red e Cara-Amber, luppoli Zeus, Palisade e Saaz, ma, soprattutto, con mirtilli rossi. Che si avvertono, eccome, nella degustazione di questa birra, con la loro decisa asprezza fruttata sia al naso che al palato. Non è birra facilissima da bere, relativamente articolata, con il malto e il luppolo che si devono dare un bel da fare per smorzare un po’ i toni aciduli del mirtillo; aiuta anche una carbonazione comunque sostenuta. E’ avvolgente, nell’insieme, strutturata e corposa; la parte migliore è il finale, secco e con note relativamente fruttate, che soddisfa alquanto. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9,3% vol.;  ©Alberto Laschi.


Non è la più luppolata in assoluto, nel mondo. Se si vuol credere fino in fondo a ciò che il produttore afferma, la Mikkeller X Hop Juice, brassata una sola volta nel 2007 per il Coopenaghen Beer Festival, aveva  un IBU teorico di 2007. Questa Mikkeller 1000 IBU di unità di amaro ne ha “solo” 1000, appunto, teoriche, anche queste. Il “trucco” e lo “scandalo“ sta tutto lì, nel termine “teorico”. Perché questa birra (una imperial IPA) di chiasso ne ha fatto tanto, sollevando più di un polverone fra gli esperti, fin dalla sua uscita. Ma raggiungendo, in questo, il suo preciso scopo, che era quello di suscitare comunque curiosità ed interesse. Un marpione, Mikkel? Sicuramente. Un impostore? Non credo. Bisogna però fare alcune precisazioni Il numero 1000, già di per sé suscita curiosità in sé, è cifra tonda ed enigmatica: nella scala della percezione dell’amaro (IBU), però, non è percepibile nè dalla lingua e nè dal palato dell’uomo, che vanno in saturazione sopra i 120-150 IBU. Oltre tale soglia entrambi non avvertono la differenza. I 1000 IBU sono quindi un valore tracciabile solo in laboratorio; e in un laboratorio con i controfiocchi. Altra storia complicata per una birra che invece non lo è; e non è neanche quella bomba luppolata che uno si aspetta, perché la scommessa (vinta) di Mikkel è stata quella di abbinare IBU impressionante e bevibilità. Amarezza luppolata e dolcezza maltata si alternano al palato, caramello sostenuto in alternanza con luppolo agrumato e resinoso, l’alcool che “tiene su” il tutto e riscalda nel finale. L’aroma ha una configurazione simile al gusto, anche se qui i luppoli sono più spiccati e si fanno maggiormente apprezzare in tutta la loro varietà. Ma anche qui il caramello si difende bene, e alla fine viene fuori anche una leggera nota vinosa. Un ottimo risultato finale per questa birra dal colore rosso scuro, molto nebbiosa per il tanto lievito in sospensione, alla fine molto più equilibrata del temuto. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 9,6% vol.; ©Alberto Laschi.

3 Responses to “Mikkeller: due birre “nuove” e tre “vecchie””

  1. Patrick Bateman

    Uhm, per me proprio troppo equilibrata la 1000 IBU non lo era. Forse un po' troppo alcolica e addirittura più caramellata/vinosa che luppolata! Scommessa vinta, okay, ma non so fino a che punto bevibile.
    La 10 invece mi deluse: trovai anch'io un naso fenomenale, però al palato era piuttosto piatta.

  2. The nomadic brewer | inbirrerya

    […] che conterrà tutti i 19 luppoli usati per questo progetto (in definitiva, l’evoluzione della sua precedente Ten). Ma i più fortunati (quelli di Roma o quelli che a Roma ci vanno, per intendersi) potranno […]

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