Christian Andersen Skovdal, il birraio dei due mondi

 
Il personaggio è particolare, molto particolare, e gode di un’ottima fama birraria. Un tipo abbastanza estroverso, che non si preoccupa più di tanto della forma; irriverente e sfacciato quanto basta per far parlare (comunque) di sé e dei propri prodotti (le labels delle sue birre hanno spesso sollevato un vespaio di polemiche). Che si dividono (e si divideranno ancor di più) in due linee produttive separate. Sto parlando di Christian Andersen Skovdal, quello del  progetto  BeerHere e del  (futuro/presente) progetto Bierwerk. Procedendo per ordine, Sven è quello che (insieme a Martin Larsen) apre nel 2004 il birrificio danese Ølfabrikken, uno dei pionieri della birra di qualità nell’Europa del Nord. La “Fabbrica della birra”, letteralmente, una delle più “primitive”, allestita inizialmente con impianti poco più che casalinghi e piazzata in una parte del fienile del padre di Martin. Da lì però i due inanellano successi  uno dopo l’altro, premi e riconoscimenti, fino a piazzarsi  nel 2006 al 28° posto, nel 2007 e nel 2008 al 12° posto  fra le migliori 100 brewery del mondo (classifiche Ratebeer). Nel 2009 cambio di nome della brewery e crollo verticale  all’ 81° posto. Causa di tutto ciò? Semplice: Christian nel 2008 fa le valigie, esce da Ølfabrikken (che viene “incorporata” dalla Gourmetbryggeriet di Roskilde) e da vita quasi subito al suo nuovo progetto birrario: BeerHere, vicino Copengahen. Entra subito fra le prime 50 migliori birrerie del mondo nel 2010, ed è, quest’anno, 44°. Solo che adesso Beer Here è un bierfirma, o quasi, per quanto riguarda l’Europa.  Dal 2010, infatti, le sue birre le fa brassare dalla Søgaards Bryghus di Allborg, anche se non disdegna di brassare in collaborazione con altri (BrewDog, Nogne O, Herslev Brygus). Nel frattempo, infatti, Christian ha fatto un altro step, o meglio, un vero e proprio salto triplo. Dagli inizi del 2010 si è infatti trasferito in Sud Africa, a Città del Capo, dove ha cominciato a lavorare al suo nuovo progetto birrario chiamato Bierwerk. Perché il Sud Africa? Per fare delle birre sempre più focalizzate sul concetto di terroir,  e la zona glielo consente (malti e luppoli indigeni, una quantità di erbe, bacche, spezie e frutti che si trovano solo lì); per sfruttare le grandi potenzialità del mercato birrario locale, visto che su di una popolazione di 55 milioni di persone ci sono solo 12 microbirrifici, in Sud Africa. Il progetto è in fase più che avanzata, e prevede la produzione di quattro birre, Constantia (ale fermentata con uva Sauvignon e maturata in botti di vino rosso Pinotage), Tokoloshe (un braggot, cioè birra+idromele, con miele scuro Fynbo e maturata nelle stesse botti di Pinotage), Ystervark (ale brassata con un nuovo luppolo sudafricano, ancora privo di nome) e Aardwolf (una imperial stout brassata con chicchi di caffè locali). Birre per il consumo locale, ma destinate anche alla commercializzazione internazionale. Che dire. Tanto di cappello: oltre che bravo, anche coraggioso e “visionario”. Per chi vuol conoscerlo personalmente, l’occasione è il 13 febbraio, a Roma, dal Colonna che forse ce la farà a far assaggiare alcuni dei nuovi prodotti “africani”; la “sezione europea” delle birre Beer Here sarà invece al completo, o quasi. Tutte brassate nel rispetto dello slogan  che Christian si è dato per questa sua avventura: Non sprecare la tua sete, bevendo birre anonime. Le sue non lo sono di certo: interessanti, gustose, brassate con tecniche innovative e con l’uso di materie prime emozionanti. Così dice lui, delle sue birre, sul sito, solo in danese.
 

La Hopfix è la indian pale ale che Christian ha brassato (e continua a far brassare) dai colleghi di BrewDog, una birra “californiana” a tutti gli effetti, ispirata esplicitamente alla Rug Ipa di Ølfabrikken, uno dei cavalli di battaglia della prima “incarnazione birraria” di Christian, quella brassata con una quantità eccessiva di luppoli. Nome ed etichetta sono perfettamente coerenti allo stile irreverente e quasi provocatorio col quale Christian ha voluto rendere riconoscibili le proprie birre e il proprio birrificio: una siringa piena di luppolo sulla label è qualcosa di più di un semplice divertissment. E nella descrizione che di questa birra si fa sul sito si ricorda anche, con un po’ di malizia, che non è mai troppo tardi per acquisire delle nuove cattive abitudini. La provocazione, innanzitutto (BrewDog docet, e non solo loro). Ma assuefarsi alla Hopfix non la considererei affatto una cattiva abitudine: tutt’altro. E’ birra che acchiappa, basta essere ben predisposti nei confronti dello stile, quello delle ipa con rivisitazione californiana. Ed io, personalmente, lo sono. Il “solito”, magnifico trionfo di luppoli, tutti molto aromatici, fruttati, “pinosi”, che fanno festa nel bicchiere e invitano naso e palato a parteciparvi. Poi è amara e amaricante, soprattutto nel finale, ma di una amarezza ben bilanciata dall’uso mirato e sagace di segale, che rimodella un po’ il contesto. Il 6,5% di alcool ben distribuito in questi 0,50 cl. di birra (la quantità giusta, 0,33 cl. sarebbero stati insufficienti per saziarsi), dorata, ricca di una schiuma corposa e soffice, ben costruita. Un peccato che finisca. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 6,5% vol.;  ©Alberto Laschi

5 Responses to “Christian Andersen Skovdal, il birraio dei due mondi”

  1. Come “dosare” il luppolo | inbirrerya

    […] giovane e spregiudicato, tanta fantasia in testa e nelle mani. Sto parlando di Menno Oliver e Christian Skovdal Andersen, e di due delle loro birre, entrambe incarnazioni (ognuna per la sua parte) della prassi birraria […]

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