Come “dosare” il luppolo

Due che con i luppoli ci sanno davvero fare; uno “moderno” ma anche relativamente “classicheggiante” (in questo specifico caso), l’altro giovane e spregiudicato, tanta fantasia in testa e nelle mani. Sto parlando di Menno Oliver e Christian Skovdal Andersen, e di due delle loro birre, entrambe incarnazioni (ognuna per la sua parte) della prassi birraria “luppolata” molto in voga, di questi tempi. Due ottime birre, assolutamente non estreme, nè tantomeno palato-killer, espressioni entrambe di come si possano fare degli ottimi prodotti senza dover stupire (o stordire) a tutti i costi il  "cliente".
 
 
La Beer Here Dark Hops è la prima birra, danese per quanto riguarda la “matrice”, ma norvegese per quanto riguarda la produzione. Christian infatti ha “fatto avere” la ricetta di questa black ipa ai colleghi/amici/complici di Grimstad, dove la Nøgne Ø   ha i suoi impianti e da dove la Dark Hops parte (quasi tutta) per gli USA. Trovarne qualche bottiglia dalle nostre parti non è cosa semplicissima, quindi, ma un consiglio: non ve la fare scappare se vi capita a tiro. Vale tutto quello che costa, fino all’ultimo centesimo. Una Black Ipa, dicevo, “stile” birrario particolare, molto ammerigano ed estremamente intrigante. Anche se non perfettamente riconducibili a questo stile avevo già assaggiato due birre “similari", la Hoppin' Frog Bodacious Black & Tan (che mi era tanto piaciuta) e la De Molen Stout & Hop, una stout “pinosa” strabiliante. A modo suo “acchiappa” tanto anche questa birra, con quei due Man in … Hops che campeggiano sulla riuscitissima label: nera come la notte (e come una stout), ma aromatica come una vera IPA, che al palato concede prima sensazioni tipicamente tostate/torrefatte e poi lo rifinisce con una bella pulizia luppolata, molto cromatica. Questo perché, per brassarla, si impiegano il malto Maris Otter, malto di segale, orzo tostato, brown malt, zucchero di canna, luppolo Saaz e Columbus sia in infusione che in dry hopping (ottenuto con il solo Columbus, impiegato a piene mani). Il risultato? 8,5% di ABV e 80 IBU di luppoli tostati. Che non è un ossimoro, ma la sintesi di questa birra, ondivaga fra le due sue nature, ma lineare nella sua progressione. Scura,  bella la schiuma, cremosa e “alta”, naso intrigante di luppolo, sapore inizialmente amaro, di cacao torrefatto, successivamente resinoso di luppolo. Molto avvolgente in bocca, lascia un lunghissimo retrogusto, che parte dalla liquirizia e dal caramello per arrivare al balsamico. Da non lasciarsi sfuggire. Davvero. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 8,5% vol.; ©Alberto Laschi.

E’ birra da “vetrina”, nel senso che è capace di mettere in mostra (e regalare) il meglio della sagacia produttiva. Difficile trovarne di più equilibrate in giro. Complicato (per chi brassa) averla come termine di paragone: fossi io, in questa situazione, ne avrei una grande soggezione. Amarillo si chiama questa superba imperial/double IPA olandese, perché è quel luppolo, made in USA, che la caratterizza. Ma non è birra mono-luppolo ,nello stile di Mikkeller; altri luppoli, in quantità comunque  molto più limitata, vengono usati, bilanciadone perfettamente il gusto. Ha la consistenza e la tessitura maltata di una triple ( 9,2% di ABV non sono pochi, e in questo caso non sono assolutamente troppi) e la ricchezza aromatica di una IPA, per una perfetta “quadratura” del cerchio. Nel versarla quasi rimbalza dal fondo del bicchiere, ritornando prorompentemente in su e generando una quantità enorme di schiuma, che rimane solida e compatta a lungo. E’ di un biondo arancio un po’ velato e invade il naso con un grande aroma resinoso, delicatamente erbaceo, stemperato solo in parte dalla inserzione di sfumature agrumate e di pompelmo. Quello che soddisfa di più e però il palato: ammorbidito inizialmente dal malto, setoso e vellutato, viene poi coinvolto in una bella sequenza di sensazione “pinose”, fruttate (sempre agrumi, ma anche frutta dalla polpa bianca) e alcoliche (di quelle che non “bruciano”ma “riscaldano”), che conducono assieme incontro ad un finale asciutto e leggermente rustico di luppoli. Non è una birra timida, e non è fatta per i timidi, ma non è neanche sfacciata, o, peggio, arrogante, come alcune produzioni giovanilistiche di questo segmento: è piena di sana energia, che regala fino alla fine. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 9,2% vol.; ©Alberto Laschi.

5 Responses to “Come “dosare” il luppolo”

  1. INDASTRIA

    Devo dire che trovo la dark hops ottima (davvero!) ma molto impegnativa e non facile da bere. Inoltre mi sembra più una (imperial)stout luppolata che una black ipa in senso vero e proprio. 
    Leggendo qualche rating hho notato che molti confermano questa impressione.
    Anche se devo dire che -forse- la bottiglia che ho bevuto non era freschissima. Ne ho un altra bottiglia da bere ma anche questa ha qualche mese alle spalle
    La black cat della beer here mi sembra una BIPA più riuscita. Forse anche merito del nelson che si fa strada attraverso tutto.

  2. Alberto Laschi

    E' davvero un abirra "a cavallo" fra due stili, la dark hops: se dovessi andare per percentuali, direi 53% imperial stout, 47% black ipa. Ma il mix è davvero intrigante. Mi ha aiutato il fatto di averla bevuta assieme a due altri amici: finirla da solo avrebbe richiesto molto più tempo (e impegno mentale). La Black cat non l'ho ancora trovata. Sarebbe bello poter essere domenica al Makke per vere una "visuale" completa della produzione Beer Here, davvero interessante; ma per me è impossibile.

  3. Patrick Bateman

    Leggendo la recensione mi tornava un po' strano il "né tanto meno palato-killer", ma dando un'occhiata ai commenti è più comprensibile visto che l'hai divisa in tre… 🙂
    Io l'ho bevuta da solo ed è stata una mazzata terminarla. Posso confermarti le parole di INDASTRIA: ottima, ma veramente impegnativa e pesante. E sì, anch'io l'ho trovata più imperial stout che BIPA. Questione di freschezza? Può darsi… Alberto, la tua bottiglia quanto aveva?

  4. Alberto Laschi

    La bottiglia che mi è arrivata aveva non più di due – tre mesi

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