Brouwerij De Bie, e tre delle loro birre

 
Il nome sta, parzialmente, nel cognome. Quello di Stef Orbie, il “fondatore” di questa piccola brouwerij delle Fiandre (dalla storia un po’ complicata) che l’ha aperta nel lontano 1992, dandogli il nome di De Bie Brouwerij. In quell’anno "converte" il casale di famiglia in birrificio, iniziando così la propria produzione a Watou, vicino Poperinge, il giardino del luppolo belga. Nel ’95, assieme alla sorella Anja, apre la locanda Hellekapelle, e “crea” anche la iconografia che rende da subito riconoscibili i propri prodotti. Al di là del logo con l’ape, il caffè e le labels delle birre sono riempiti di streghe, pentoloni, scope volanti: un vero Halloween's festival. Lo stesso caffè prende il proprio nome (che è la traslazione in fiammingo dell’inglese Hell’s Chapel) da un famoso proverbio del posto, che recita “Se Dio costruisce una chiesa, il diavolo costruisce una cappella”. La caffetteria dei fratelli Orbie, per la qualità dell’offerta birraria e per la location sui generis, diventa ben presto un punto di riferimento per gli amanti della buona birra e del buon cibo. La produzione si sposta a Loker, dove si ampia il range produttivo, ma anche dove si verificano numerosi intoppi produttivi, a causa delle frequenti infezioni che si manifestano all’interno dell’impianto. Tanto da “costringere” la brouwerij a diventare una bierfirma, dal momento che brassa le proprie birre presso gli impianti della Deca Service, così come certificato dall’ultimo aggiornamento dello ZBF a questo riguardo (che risale alla fine dello scorso anno). Nel 2006 l’ultimo trasferimento, da Watou a Waregem, dove viene aperta, nella sua versione “allargata”, la nuova incarnazione del cafè Hellekapelle, molto scintillante, dove viene servita l’intera gamma delle loro dieci birre.

Cinque delle loro birre sono nel catalogo di Birrerya, una l’ho già recensita, tanto tempo fa; tre le ho ri-assaggiate in questi giorni, a distanza di molto tempo da quando le avevo bevute la prima volta. Qui di seguito la “scheda” di tutte e tre, in “ordine di gradazione”.

 
La più leggera è la Hellekapelle, che porta lo stesso nome del bier-cafè di proprietà della famiglia. Una belgian ale bionda e beverina, dal bel potere rinfrescante e dissetante, amarognola (quasi aspra), caratterizzata dal buon uso del luppolo di Poperinge. Tendenzialmente dorata, con il versarsi del sedimento, la birra diventa opalescente e relativamente velata; la schiuma è fine e svanisce abbastanza rapidamente, lasciando un leggero strato cremoso. L’aroma è secco e asciutto di luppolo, leggermente speziato di lievito, con un definito finale erbaceo. La bassa gradazione alcolica  le conferisce un corpo rotondo, la decisa frizzantezza la caratterizza, assieme all’asciuttezza luppolata. Particolare la nota citrica che emerge progressivamente, e un fruttato che si unisce ad una sensazione “stranamente” ferrosa. Lineare e coerente la corsa finale, secca ed astringente. Assaggiata in bottiglia da 0,33: alc. 5% vol.; ©Alberto Laschi.
 

Passando all’ambrata di casa, il nome che porta, Helleketelbier, non è altro che la traslazione in fiammingo dell’inglese Hell’s Kettel Beer, il calderone malefico rappresentato sulla label.  Un'altra belgian ale dal bel colore albicocca, brillante e accattivante, ha schiuma non molto cremosa, che scompare abbastanza rapidameente. Il naso è bello ricco: si parte da sentori fruttati (albicocca, melone, melassa), ai quali si aggiunge una “sezione/doci” (torta, lievito, caramella) e una “sezione/terra”, che tutto ripulisce. Il corpo è rotondo, beverino, con una carbonazione non spiccante. Anche al palato ci si imbatte in una bella ricchezza: un tocco sfuggente di alcool, biscotti speziati (zenzero? cumino?), torta soffice, e alla fine la terra, sentori legnosi e ferrosi che molto bene si integrano con il contesto. Il finale è altrettanto ricco e variegato. Ricca e fantasiosa. Assaggiata in bottiglia da 0,33: alc. 7% vol.; ©Alberto Laschi.
 

“L’ape ubriaca”, ossia la Zatte Bie, è la strong ale di casa De Bie. Una scura di 9 gradi alcolici, brassata con miele e sei diversi tipi di malto, che generano una birra “curiosamente beverina” se relazionata alla sua consistenza alcolica. Relativamente opalescente, schiuma cremosa ma non stabilissima, la stessa varianza olfattiva delle altre, con tanto malto e caramello, una leggera nota tostata, e uno speziato relativamente ferroso. Gradevole al palato, che non viene troppo "attaccato", e ricca di sostanza (il miele e i malti si fanno valere), ma non sciropposa, né troppo “calda”. Scivola via bene, asciutta e realtivamente fruttata, con una nota ferrosa (anche qui) nel finale che aiuta lingua e palato a ripulirisi quasi perfettamente. Assaggiata in bottiglia da 0,33: alc. 9% vol.; ©Alberto Laschi.

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