Xyauyu Argento Riserva Teo Musso 2007

 
Sono sempre restio a parlare delle birre di Baladin, Mi capita spesso di berle, e le trovo sempre un po’ “diverse” dal ricordo ancestrale che ho di tutte loro. Perché questo è il problema: ho cominciato a bere artigianale molti anni fa (metà degli anni ’90 o giù di lì) partendo dalla trimurti Isaac – Wayan – Noel, e da lì, niente è più stato come prima. Il tempo cambia le persone, e anche la birre, ovviamente; quelle del Baladin le ha cambiate molto, e non sempre questi cambiamenti mi sono piaciuti. Ma c’è una “sezione” della ormai alquanto estesa produzione di Teo che mi ha sempre conquistato: le sue birre da divano, la linea delle Xyauyu, che segue in prima persona. Quattro delle varie “edizioni” di questa birra/non birra stanno fra le migliori sette birre nella classifica italiana 2011 di Ratebeer; le stesse, probabilmente, che hanno “spinto” Baladin a piazzarsi fra i primi 100 birrifici al mondo. Mi è capitata in mano (a proposito, grazie Lorenzo!) una Riserva Teo Musso 2007 linea Argento, che mi ha “riaperto” il fantastico mondo ossidato di Teo, e mi ha dato l’occasione per sviscerarlo un po’ più a fondo. L’idea di questa linea di birre parte da lontano, addirittura dal 1997: l'obiettivo era quello di fare un passito di birra, dando vita, in questo modo, ad una interpretazione propriamente italiana del mondo delle barley wine anglosassoni. Questa idea deriva dalla passione (da sempre confessata) di Teo per i vini passiti/maderizzati: Madeira, Cherry, Sauternes, Marsala, vini ossidati del Jura. L’ idea si materializza in tre successivi steps.

Il primo è datato  1997, quando Teo mette 500 lt. di Super in un fusto d’acciaio, che tiene in cortile, coperto ma non sigillato. Nel 1999 ne imbottiglia quello che ne è venuto fuori: una birra scesa dagli originali 8 gradi alcolici ai 2,6° finali (il calore del sole aveva fatto evaporare gran parte dell’alcool). Una birra profumatissima (di polvere di legno), ma dalla struttura zuccherina quasi inesistente; non una birra ma poco più di un’acqua profumata.
Il secondo step prende l’abbrivio dal primo: fatti gli aromi, si deve fare la struttura. Teo prepara nel 2000 una birra ancor più alcolica (11,5°), la mette nello stesso contenitore, ma all’ombra, sempre per due anni. E’ stata fatta passare anche per tre mesi in botti dove c’era stato del vino, che le hanno conferito anche un’acidità legnosa. Il risultato finale è stata la XU 2000 (servita fino ad esaurimento nel ristorante di Casa Baladin): più struttura ( finali) e più complessa (caramello e zuccheri molto più presenti) rispetto al risultato finale del primo step.
Il terzo step è considerato da Teo “la madre” delle Xyauyu: 2003, produzione più “tecnica” e misurata, ma con un risultato finale abbastanza squilibrato. La Xiao Mei ed. 2003 (è il nome di una figura femminile del film “La foresta dei pugnali volanti”) si porta in dote 11 gradi alcolici, caramello in grande quantità, ma un livello zuccherino troppo importante rispetto all’alcool. Berla, racconta Teo, “era un po’ come succhiare una caramella di malto caramello”…

Tutto questo porta Teo alla strutturazione finale del progetto e delle modalità operative. Ogni anno, dal 2003 in poi, Teo da vita a tre produzioni di questa birra, ciascuna delle quali è sottoposta a due anni di “lavorazione” (sei mesi comprensivi di fermentazione primaria e maturazione a freddo e diciotto mesi di ossidazione). Prima di imbottigliarla, Teo assaggia ciascuna di queste tre produzioni, e in base alle sue sensazioni decide quale sarà la Oro (rotonda e dalle note più ossidate), la Rame (la meno ossidata, simile ad un passito/whisky) e la Argento.

Che poi è quella che io ho bevuto pochi giorni fa, quella più secca e simile ad uno cherry. Impressionante il risultato finale di questo processo produttivo, quello dell’ossidazione, apparentemente antitetico al mondo della birra. Un assoluto equilibrio fra una vera e propria esplosione di zuccheri (14 grado plato residui, 125 grammi/litro di zuccheri), una acidità relativamente accennata e i 25-30 IBU datele dal luppolo impiegato. Ambrata, più simile ad un vin santo che ad uno cherry, asciutta e caramellata, “vinosa” ma anche dolce di malto caramello, assolutamente piatta e priva di schiuma. Al naso e al palato caramello, frutta secca esotica, passito di Pantelleria, in una sequenza raffinata e sontuosamente elegante, un dolce non stucchevole e una persistenza quasi infinita. Da bersi “fino alla fine del mondo”, parafrasando quanto recita la label a riguardo della scadenza, anche ad intervalli lunghissimi, visto che il processo di ossidazione l’ha stabilizzata, permettendone al conservazione anche fuori dal frigo, una volta stappata. Una birra dal costo importante (il buon Ricci, con la sua solita ironia, riferendosi a questo, dice che alla richiesta del conto è probabile che il cameriere si presenti impugnando una Makarov e indossando un passamontagna) e dal nome un po’ “misterioso”. Teo ne svela l’origine, attribuendola a sua figlia (che aveva allora cinque anni), che gli chiese di dare a questa birra il nome della sua figlia (di lei) immaginaria, alla quale aveva dato il nome, appunto, di Xyauyu e che viveva in Marocco (da qui, racconta sempre Teo, l'idea di aprire il mio ristorante a Riad in Marocco, per il futuro di mia figlia e di mia … nipote).
 
 
Tutto ciò in attesa di poter assaggiare le birre della sua nuova avventura.

2 Responses to “Xyauyu Argento Riserva Teo Musso 2007”

  1. Dopo tanto, Baladin | inbirrerya

    […] le due birre del nuovo progetto di nicchia targato Baladin (che si va ad affiancare a quello delle Xyauyu), che Teo ha messo su a partire dal 1° Maggio del 2010. Si tratta di Cantina Baladin, 160 barrique […]

Lascia un commento