Una Scotch Ale in Birrerya

Le scotch ale scozzesi sono nate per esaltare il malto. Anche perché di luppolo, in Scozia, ne cresce ben poco: il clima, lassù, è ideale per la coltivazione dell’orzo, ma è troppo rigido per il luppolo (che poi, se uno decideva di importarlo, costava, allora, un botto). Le loro wee heavys (qualcosa come “attimi intensi”) sono birre caramellate, dolci e robuste, ottenute con una grande quantità di malto, fatto bollire a lungo con pochissimo luppolo, il cui calore maltato contribuisce notevolmente a sopportare il freddo del nord. Spesso sulle loro etichette compaiono le cifre 60/-, 70/-, 80/-, 90/-. Una volta indicavano la cifra esatta dell'’imposta fiscale  che lo stato imponeva per ogni barile, in shilling,  la moneta che nel Regno Unito ha avuto corso legale fino al 1970. La meno forte era la 60/-, le premium corrispondevano a 80/-, le ales molto robuste erano le 90/-; ci sono “prove storiche” documentate di una wee heavy scozzese da 160/-. Nate, come tipologia, ad Edimburgo alla fine del  XVIII secolo, si brassano usando, di solito, malto Pale, malto Crystal e una quantità relativamente scarsa di malti scuri (o anche Roasted Barley). La bollitura è molto prolungata, per favorire la caramellizzazione del mosto;  fementazione e maturazione vengono fatte a temperature più basse (quasi da lager, si può dire) rispetto alle altre ales “anglofone”. Questa loro caratterizzazione maltata corre il rischio di farle percepire come birre un po’ “unidimensionali”; d’altra parte lo scarso impiego di luppolo, nel brassarle, porta quasi inevitabilmente a questa conclusioni. Quelli bravi, di mastri birrai intendo, riescono a “confezionarle” in maniera tale da non renderle stucchevoli, esaltandone la componente caramellata e compensandola con una buona caratterizzazione fruttata di mandorle e frutta secca. Non facili, oggettivamente, da bere, perfette però per riscaldarsi quando è molto freddo. Cadute un po’  in disuso in madre patria, dove i mastri birrai scozzesi hanno cominciato, anch’essi, a baloccarsi un po’ di più con i luppoli, le migliori, oggi, in giro, sono quelle brassate in America, la patria della “riedizione” delle birre cadute (un po’) nel dimenticatoio.
 
  
La Hoppin’ Frog Outta Kilter wee-heavy scotch red ale (difficile scegliere un nome un po’ più short?) fa parte di questa tendenza produttiva, tutta americana, tesa a dimostrare di saper far bene (anche rivisistandole) birre anche non appartenenti alla propria tradizione brassicola, ma comunque “paradigmatiche”. “Soli” 23 IBU per questa “botta di calore” di 8,2 gradi alcolici prodotta in Ohio, una vera wee heavy di scozzese memoria, la birra “giusta” per rendere meno freddo il solstizio d’inverno (trascorso da non molto). Dolce (abbastanza), appiccicosa (il giusto), gommosa (ma poco), robusta (tanto), caramellata (inevitabilmente), ma dal finale relativamente asciutto e non strascicato. I malti ci sono tutti, eccetto quelli torbati (a volte impiegati in questa tipologia birraria), e tutti si presentano all’appello: l’uso, solo accennato, di segale, li contempera tutti, regalando alla birra una eleganza e una linearità meno muscolosa (rispetto agli archetipi scozzesi della categoria). Non spiccante per personalità (se usi solo malto, o quasi, è del resto inevitabile), è comunque educata e rotonda, non sfacciata, e regala davvero quella sensazione “calda” di base che te la fa ricordare per la sua aderenza allo stile. Robusta, ma con un impatto meno alcolico di altre birre similari (la Mc Chouffe, ad esempio, picchia molto di più), si fa più che apprezzare per la sua onestà; se poi gli si aggiungesse un capellino di carbonazione in più (parere mio personale), risulterebbe ancor più godibile. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 8,2% vol.; © Alberto Laschi

4 Responses to “Una Scotch Ale in Birrerya”

  1. MATT

    sono di Mantova e cerco un rivenditore di birre scotch ale, sapreste indicarmene qualcuno, grazie
     

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