L’ english style in Birrerya

Due birre english style, ma nessuna delle due made in UK (una americana e l’altra olandese). Una porter e una imperial stout brassate ispirandosi alla tradizionale maestria made in GB, entrambe presenti nel catalogo di Birrerya.

 
La prima è la porter di Southern Tier, una porter “buia”, dalla denominazione un po’ controversa. Di questa birra esistono, infatti due labels: la prima, quella più “old style”, reca la sola dicitura “dark” (manca anche l’indicazione della gradazione alcolica), la seconda, soggetta ad un radicale restyling, riporta invece l’aggiunta “robust” al “dark” originale. Non per voler essere pignoli all’eccesso, ma l’aggettivo “robust” non mi sembra molto pertinente, in questo caso specifico. Brassata con cinque diversi tipi di malti e due diversi luppoli, questa porter ha pur sempre “solo” un abv 5,8%, tale da non giustificare più di tanto, a mio parere, questa connotazione hard. Non una porter classicissima, questo sì, a cominciare dal colore, un marrone molto scuro e tenebroso, al confine con il nero/stout. E anche il profilo generale assomiglia più a quello di una stout (nella sua variante oatmeal) che a quello di una porter; più caffè del solito, una rotondità minore, un po’ più di tostatura, e una cioccolata un po’ meno invadente (rispetto ai canoni classici di una porter). Un po’ di segale si avverte all’aroma, assieme ad una leggerissima nota di scorza d’agrumi e ad una vaniglia relativamente diffusa. Scivola via lasciandosi una scia, neanche troppo marcata, di polvere di caffè e cacao, rivelandosi, alla fine della degustazione, meno impegnativa di quanto messo in conto e più beverina (e meno torrefatta) di quanto intuito. Non è una porter “dolce”, rotonda, ma relativamente morbida e comunque senza sequenze degustative disomogenee; buona per pulire il palato dopo un bel cheesecake. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5,8% vol.; ©Alberto Laschi 

 
La SSS Triple Stout è stata brassata la prima volta a gennaio 2008, in una “session collaborativa” fra Menno Oliver e lo storico inglese della birra (e blogger) Ron Pattinson, negli impianti di Bodegraven. La ricetta l’ha “tirata fuori” lo stesso Pattinson, o meglio, l’ha elaborata sulla base di quella di una birra simile che si produceva a Londra nel 1914, e che riscuoteva allora un grande successo. L’intento era quello di “riprodurre” il più fedelmente possibile il modo anglosassone di brassare le stout all’ inizio del secolo scorso. Progetto che si è materializzato anche in una seconda birra, brasssata dai due con modalità simili: la 1914 Porter, un vero e proprio “saggio” di come si facevano le porter a Londra, soprattutto da parte della Whitbread. Tornando alla SSS Triple Stout, è una imperial stout brassata con un solo luppolo inglese, il Kent Golding, usato sia per l’amaro che per l’aroma, rustica e polverosa, robusta di alcool (9,99% abv) e risolutamente amaricante (84,5 di IBU). Dovendola “inquadrare”, non so se definirla “ingenuamente ruvida” o “strategicamente elementare”. Semplice, apparentemente semplificata, è birra schietta, senza tanti aggiustamenti, basica negli elementi e nella sostanza: tanto torrefatto, attenuato in nessun modo, polverosa quanto basta, caffè spiccato e pochissima polvere di cacao, nessun morbidezza. Non è che ti respinge, ma sicuramente non ti circuisce: è così, prendere o lasciare. Corpo più “watery” di quanto l’abv considerevole potesse far pensare, schiuma più che scarsa, asciuttezza e linearità inappuntabili. Poi non è ruffiana, poi non ha la morbidezza e l’eleganza siderale di una Serpent's Stout (tanto per fare un paragone), ma viene da lontano, e ti riconduce nelle taverne fumose di Londra di inizio secolo, da dove è partita. Un tuffo nella storia della birra. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 9,99% vol.; nel catalogo di Birrerya c’è la “limited edition”, brassata appositamente per l’ Ottavonano di Atripalda, con un abv civettuolamente "aumentato" a 10,12%; ©Alberto Laschi

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