Valter Loverier e le Loverbeer(s)

Visto che ieri ho parlato di Rimini e del concorso Birra dell’Anno, oggi parlo di uno che a Rimini le proprie birre non ce le ha mandate. Appunto.
Uno che, da homebrewer, la prima birra che fa è una barley wine (con dentro il Barbera); quando si dice che uno è “strano” (o predestinato). Se poi uno fa caso anche al fatto che Marentino (sede del birrificio Loverbeer) è a poco più di un’ora di macchina da Montegioco, allora gli indizi di “originalità” si moltiplicano.  Era comunque il 2002 quando Valter Loverier, fra la progettazione di un impianto d’allarme e una gara di rally, mette mano per la prima volta al pentolone, un’avventura che piano piano si trasformerà in professione. Ci mette “solo” 7 anni per tramutarsi da tecnico progettista in un’azienda di telecomunicazioni a mastro birraio di professione, spinto a fare il grande salto da sponsor illustri (Kuaska in primis) e dagli apprezzamenti sempre più numerosi e significativi che “raccatta” in giro per le sue produzioni “casalinghe”. Nel 2009 apre il proprio birrificio, con un nome che è un soprannome. Loverbeer (una specie di crasi) infatti, è il soprannome che Valter si portava dietro da un po’, e che unisce il cognome di famiglia alla passione personale. Cognome comunque “strano” quello di Loverier, originario della zona del Calvados, da dove proviene la sua famiglia, che si traferisce successivamente in Italia, nel Roero, trasformando l’originario L’ouvrier (“l’operaio”) in Loverier. E Valter può davvero fregiarsi dell’appellativo di “operaio specializzato” nel contesto del panorama birrario italiano, uno che si è specializzato in un settore particolare e affascinante: quello dell’utilizzo del mosto d’uva (e della fermentazione spontanea) nel processo di birrificazione. Le sue birre parlano di lui e per lui. La BeerBera, brassata senza l’aggiunta di lieviti, a fermentazione spontanea e con l’aggiunta di uva Barbera pigiata e diraspata; la BeerBrugna, plurifermentata dall’inoculazione di lieviti (fra i quali i bretta) e di batteri lattici e dall’aggiunta di susine damaschine (Ramassin) in macerazione; la Madamin, una fermentazione (alta) in tini di rovere e una maturazione (dopo un travaso “sur lie”) anch’essa in tini di rovere; la D’uvaBeer, prodotta con l’aggiunta di mosto d’uva Fresia in fermentazione; la Papessa, una imperial stout “intramontabile”. Quella più “normale” è la imperial stout, stile comunque austero ed onusto di gloria, non facilissimo da affrontare. Tutte “obbediscono” ai comandamenti che Valter si è dato: utilizzo delle migliori materie prime del territorio e innovazione produttiva, per una produzione sicuramente poco convenzionale e, soprattutto, senza compromessi. E’ uno dei pochissimi ad avere i fermentatori in legno di rovere (2 da 17 hl.) e una bella serie di barriques (2 delle quali da 700 lt.). E’ uno che è “uscito fuori” da poco, ma che ha le competenze, la “scintilla”, l’umiltà  e la pazienza giuste per arrivare molto, molto lontano. L’aver frequentato gente come Jean Van Roy di Cantillon, Tomme Athur di Lost Abbey e Vinnie Ciliurzo di Russian River è garanzia più che sufficiente per il futuro. Mi ricordo ancora di una sua birra che vinse il concorso per homebrewer al  Villaggio di treo quattro anni fa: aveva la tipica confezione artigianale casalinga (l’etichette, con l’umidità del frigo, si scolorirono tutte), ma già il timbro della qualità superiore, quella del professionista. E’ uno che dal Villaggio c’è già passato, ma dalla parte di là delle spine …

Non sono assolutamente un esperto di tarocchi, e quindi mi affido a descrizioni altrui. E’ un mondo simbolico tutto particolare, quello dei tarocchi, all’interno del quale la Papessa rappresenta la seconda carta degli arcani maggiori. Conosciuta anche come La Sacerdotessa, nella cartomanzia rappresenta la conoscenza segreta, in tutte le sue forme, e la dualità tra l’universo materiale e quello spirituale. Simboleggia anche la fede, e il mantello della quale si riveste simboleggia invece la conoscenza. Un universo simbolico ricchissimo, quello scelto da Valter Loverier (appassionato anche di tarocchi?) per presentare, fin dalla label, questa Papessa, una imperial stout di 7 gradi alcolici, che “doppia” però non è. E’ semplicemente perfetta (o quasi). Tanto malto chocolate e black roasted, nera, anzi, nerissima, dall’enorme testa di schiuma fine e cremosissima, color cappuccino, che stupisce per consistenza ed eleganza. Ha naso elegante, discreto e non aggressivo, con un caffè “gentilmente” tostato e un cacao delicatamente torrefatto che la presentano alla grande. Corpo di seta e velluto, 7 gradi e sentirli poco, perché la morbidezza di fondo le permette di insinuarsi in bocca in punta di piedi. Fatta davvero con i guanti di velluto e, nonostante l’appellativo di imperial, non ti colpisce con un pugno di ferro. Equilibrio è il suo secondo nome, con un amaro finale deciso ma non eccessivo, gradevolmente tostato e arricchito da una necessaria nota di liquirizia. Non una imperial stout scandinavian version; non sembri troppo il volerla (e poterla) accostare alla Serpent’s Stout di Lost Abbey, alla quale non ha molto da invidiare. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7% vol.; © Alberto Laschi

8 Responses to “Valter Loverier e le Loverbeer(s)”

  1. INDASTRIA

    Ho provato la beerbera un po' di tempo fa e la papessa recentemente. Purtroppo entrambe con problemi da lunga permanenza sugli scaffali e quindi non me la sento di giudicarle definitivamente.
    Peccato perché anche i prezzi non certo popolari non permettono spesso di provarle.

  2. Patrick Bateman

    Ho assaggiato BeerBera e Papessa con INDASTRIA e sì, sfortunatamente erano abbastanza vecchie. La seconda in particolare, l'avevo già bevuta e posso dire che è molto meglio di così. Anche la BeerBera in forma è veramente originale… invece ricordo molto poco la Madamin. Mi capitò di assaggiare la D'UvaBeer, che non mi fece una buona impressione: quasi un succo d'uva frizzante, ma non so se la bottiglia era incorsa negli stessi problemi di cui sopra… purtroppo i prezzi poco accessibili rendono difficile le controprove.

  3. Alberto Laschi

    Sono molto curioso di "proseguire" negli assaggi dei prodotti Loverbeer, che tanti elogi hanno raccattato in giro. La bottiglia di Papessa che ho aperto era veramente al top, una stout (meno imperial di quanto il nome faccia supporre) come poche ne ho bevute. Gli altri prodotti, ad occhio, mi sembrano più "estremi", ma mi affascinano moltissimo le intuizioni produttive di Valter, persona squisita, fra l'altro. Appeno riesco a beccarne un po' in giro, me ne farò l'idea definitiva. Concordo sul prezzo "da rapina a mano armata" (come direbbe Ricci): per una 0,33 ci si può ancora fare, ma per una 0,75 delle sue c'è bisogno di una trasfusione. E' sempre il "solito" problema italiano: è tutto tanto, troppo caro. Buono (non sempre), ma veramente caro (quasi sempre).

  4. fra.cesco

    parlo da neofita nel settore della birra artigianale, ma da competente in altri settori. abbiamo scelto di partecipare al concorso di rimini per semplici motivi: eravamo certi di aver dato il meglio per creare un birrificio artigianale, abbiamo voluto confrontarci con il resto dei birrifici italiani in campo aperto, giudicati da persone obiettive e di livello internazionale,  non avevamo nulla da perdere se non del tempo.
    abbiamo partecipato con 2 birre per ragioni di budget e abbiamo ricevuto 1 primo premio e 1 terzo premio, li abbiamo ritirati, abbiamo salutato i pochi amici e le poche persone che conoscevamo, tra cui Sergio Ormea,  siamo tornati a casa per cena.
    le nostre birre sono birre semplici, molto curate nella loro semplicità, fatte con materie prime di prima scelta.
    le vendiamo a un prezzo giusto, cercando di fare in maniera che costino a chi le beve il meno possibile.
    siamo di sicuro un birrificio che applica tutti gli strumenti della lean production, il fatto che i nostri affezionati clienti tornino spesso a comprare le stesse birre significa che il nostro standard qualitativo è costante e che il prezzo è quello giusto.
    la nostra filosofia è molto semplice anch'essa, cerchiamo di fare squadra con clienti, fornitori, dipendenti e anche alcuni concorrenti. le buone squadre affiatate partecipano alle gare e spesso vincono, ma se perdono ragionano sugli errori e cercano di migliorare per la gara successiva.
    il prossimo traguardo per noi è soddisfare la richiesta di buona birra artigianale da parte delle famiglie che vivono nei pressi del nostro birrificio, che talvolta non trovano quello che cercano perchè stiamo aspettando che la seconda fermentazione arrivi a dare anche lei il suo meglio.
    Fra.cesco del birrificio san Michele

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