Southern Tier Cuvée Series 2, in Birrerya

 
La “serie” delle Cuvée della Southern Tier ha avuto inizio nel 2008, e ad oggi conta tre sue declinazioni: la Cuvée 1, la Cuvée 2 (entrambe ritirate) e la Cuvée 3. Tutto inizia dalla Cherry Saison, una saison con l’aggiunta di ciliegie, maturata in botti di rovere francese. Al mastro birraio Paul Cain quello che era successo all’interno di quelle botti era piaciuto: il rovere, a suo modo di vedere, apriva prospettive produttive interessanti, meritevoli di investimenti e progetti ulteriori. Da qui l’idea, che poi si trasforma quasi immediatamente in progetto operativo, di sottoporre una medesima birra (una american strong ale con 11% abv) a modi e tempi diversi di invecchiamento in botte, usando anche ceppi di lieviti diversi per fermentazioni multiple. La prima della serie, la Cuvée 1, è stata messa ad invecchiare in botti di rovere francese, che le conferiscono un profilo aromatico e gustativo simile allo sherry; la Cuvée 2 è invece passata in botti di quercia americana, la Cuvée 3 (l’ultima, per adesso) è invece un blend fra la n° 1 e la n° 2, senza nessun ulteriore passaggio in botte. Assaggiando la Cuvée 2, la “tentazione” è quella di considerarla una barley wine, ma, alla fine, meglio le si attaglia l’originario incasellamento nella categorie delle american strong ale, delle quali conserva appieno la forte carica maltata,  passata comunque al setaccio del legno di quercia americana, del quale sono fatte le botti nelle quali è stata lasciata a maturare. Ha tanto alcool, un calore di fondo importante e pervasivo, ma il legno le ha davvero “fatto bene”: niente vaniglia (per fortuna), ma il valore aggiunto di una ruvidezza legnosa che la rende meno monodimensionale e più caratterizzata. Non è una birra/sciroppo, anche se trovarci dentro le tracce di luppolo è impresa ardua: l’amarezza molto relativa che rivela al palato sembra essere originata più dall’alcool che dal luppolo, è un amaro “che brucia” e non “che asciuga”. Mi piace, però, per quel suo sottofondo di cantina, terroso, ruvido e polveroso, di legno nobile e austero, che regala l’effetto/torba piuttosto che l’effetto/vaniglia. Ha un bel colore rosso rubino, limpido e  privo di impurità, scarsa di schiuma, e ricca nell' aroma: malto e ancora malto, un po’ di frutta dalla polpa scura, ma non acidula, una leggera bruciatura alcolica, e legno, tanto legno, stagionato e grezzo. Quasi priva di carbonazione, non aggredisce il palato, nonostante l’ importante carica alcolica; molto ben riuscito l’equilibrio fra malto caramello e quercia, equilibrata la corsa, con una bevibilità carezzevole. Non stanca, è questo il bello, anche se a tratti sembra voler “scappare”, rivelando una consistenza non del tutto a prova di bomba. Questo, per me, è il discrimine fra una possibile barley wine e una  american strong ale certa. Le manca ancora uno scatto ulteriore di qualità, unito alla capacità di mantenere sempre e fino in fondo ciò che sicuramente già promette per poter entrare a far parte dell’austera ed esclusiva famiglia delle barley wines. E anche una maggiore consistenza alcolica. Presente nel catalogo di Birrerya. Assaggiata in bottiglia da 0,65; alc. 11% vol.; © Alberto Laschi.

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