“extraomnes”, “cave canem” e … Schigi

Per accostarsi al “mondo Extraomnes non bisogna essere degli sprovveduti totali, culturalmente parlando. Molto di ciò che è stato scelto a livello grafico e comunicativo ha “riferimenti alti”. Intanto il nome: “fuori tutti”: è la frase che viene pronunciata dal Maestro delle Cerimonie Pontificie, prima di chiudere il portone della cappella Sistina, all’indirizzo di tutti coloro che non hanno nulla a che fare con il Conclave. Frase “alta”, quindi, e antica di secoli: un birrificio che sceglie di chiamarsi così si “fa spazio” fin dall’inizio (arriviamo noi, fuori tutti, chiosa ironicamente Schigi in una intervista concessa a Pinta Perfetta). Poi il cane, che campeggia in ognuna delle cinque labels: è il famoso cave canem, che si fa derivare storicamente da un mosaico ritrovato negli scavi archeologici di Pompei sul pavimento d’ingresso della Casa del Poeta Tragico. Uguale sputato, quello delle labels, a quello di Pompei, ad eccezione di un altro “alto” particolare: sul guinzaglio del cane birrario è impressa la metà di un’altra famosa frase. Semel in anno licet insanire è la frase “originaria”,  un concetto, questo, espresso da più di un autore (Seneca in primis, poi Agostino ed anche Orazio), secondo il quale ogni tanto (semel in anno) è bene fare un break mentale liberatorio (licet insanire). Solo che per quelli di Extraomnes, che omettono la prima parte della frase, il licet insanire non dovrebbe essere l’eccezione, bensì la regola, a quanto pare. Detto tutto ciò: ma Schigi che si è messo a fare birra (dopo averne solo parlato per tanto tempo)? Progetto partito da lontano, dal 2006, quando Luigi D’Amelio si imbatte in quelli della El Mundo SpA (Annalisa, Alessando, Andrea, la seconda generazione delle famiglie proprietarie dell’azienda), che si occupa di torrefazione del caffè dal 1967. Nasce, con loro, l’idea (e la voglia) di integrare il core business aziendale con la birra di qualità: Schigi entra nel progetto, che si concretizza, dopo 4 anni di cotte sperimentali su di un impianto pilota da 30 lt., nell’Aprile del 2010, con l’apertura ufficiale del progetto Extraomnes. La linea produttiva è totalmente ispirata alla tradizione brassicola belga (la grande passione di Schigi), e fiammingo è Yves, “un giovanissimo appassionato che periodicamente fa visita ai nostri fermentatori” (dice sempre Schigi). Anche l’impianto produttivo, progettato da Fausto Marenco di Maltus Faber, è creato ad immagine e somiglianza della filosofia produttiva belga. Cinque le birre (e una sesta in arrivo, anzi, già arrivata), quattro quelle “stabili” (Blonde, Triple, Saison, Brune, in ordine di preferenza schigiana), la Kerst brassata la prima volta in occasione delle scorse festività natalizie. Tutte obbediscono ad un chiaro comandamento schigiano: devono essere “fruibili” e “pulite”. Tutte sono reperibili in confezioni da 0,33 (oltre che in fusto), per poterne fare un uso “casalingo” e/o immediato; e anche per abbatterne il costo. E’ questa la seconda battaglia che Extraomnes ha dichiarato di voler combattere: birra per tutti ad un costo accessibile, il più possibile in linea con il Belgio, che, riguardo al contenimento dei prezzi, è il punto di riferimento. Che dire, benvenuto ad Extraomnes e a tutti quelli che riusciranno a fare non solo della buona birra, ma anche della birra a prezzi buoni; troppo spesso, acquistando della birra artigianale italiana di questi tempi, si ha come l’impressione di essere delle potenziali vittime di una rapina a mano armata.
Una delle sue birre l’avevo già assaggiata: la Saison, che Schigi aveva portato in fusto al Villaggio dello scorso anno, e che noi avevamo “con perfidia” (“denunciò” allora Schigi) messo accanto (nel banco spine) alla madre di tutte le saison, la Saison Dupont, quella fatta in edizione speciale con il dry hopping. Aveva retto il colpo, la Saison di Extraomens, nel senso che la Dupont non aveva vinto per ko tecnico o per manifesta superiorità; aveva vinto, ma ai punti. Ed è già tanto per un birrificio così giovane. Rispettando la scaletta preferenziale di Schigi, ho cominciato gli assaggi delle altre sue birre con la Blond, quella che lui definisce la birra della sete. Una bionda, falsamente esile e fantasiosamente beverina, di soli 4,4° gradi alcolici; ingannevolmente ruffiana e perfida istigatrice di solenni bevute. Una di quelle birre con le quali pensi di iniziare la serata, così per riscaldare un po’ il motore, ma che poi berresti (solo quella) per tutta la serata. Semplice (ma non ovvia), essenziale e lineare nei suoi elementi-base, pochi punti fermi, ma quei pochi, saldi e aggraziati. Bella la schiuma, fine e persistente, leggermente velato l’aspetto, un naso fresco, leggero, quasi primaverile: tanto agrume (pompelmo, un pochino di cedro) e un lievito quasi balsamico. Ma dove sorprende di più è quando la si beve: ingannevolmente watery, gioca di sponda con il malto tenue e gentile, che, una volta aggirato, lascia totalmente spazio ad un sorprendente (perché inaspettato nella sua “sfacciataggine”) taglio amaro che pervade lingua e palato. Davvero ben fatto questo giochino gustativo, che lascia, come effetto finale, una efficace persistenza amarognola che la pone in pole position per accompagnare un bel piatto di pesce (anche una frittura). Pericolosa pensarla come aperitivo; si corre il rischio di non poter più passare ad altro. Assaggiata in bottiglia da 0,33: alc. 4,4% vol.; © Alberto Laschi

3 Responses to ““extraomnes”, “cave canem” e … Schigi”

  1. Le tre migliori | inbirrerya

    […] è un clone (belga), è una creazione “originale” di Schigi e della sua banda: la testa di questa birra è sicuramente in Belgio (mi viene in mente, quale possibile punto di […]

  2. Tre italiane | inbirrerya

    […] 2011 dell’ IBF di Milano. Una birra che, come tutte le altre che arrivano dalle parti di Extraomnes, “denuncia” il loro amore pieno e assoluto per la maniera belga di fare ed intendere la […]

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