Un micro-birrificio “alternativo”

Figlio di un rivenditore di birra, Piet Salomez fin da bambino ha avuto a che fare con il mondo della produzione birraria, nel quale, dal 1960, ha cominciato a cimentarsi nella veste di homebrewers. Dal 2006, assieme alla moglie, Christine Opsomer, anch’essa appassionata birrrofila, mettono su il proprio micro birrificio artigianale Het Alternatief, con “sede legale” ad Izegem (Fiandre Occidentali), un tempo famosa per le industrie calzaturiere e per le sue spazzole per scarpe, ma che vedono gli impianti della vicina Picobrouwerij Alvinne (Ingelmunster, a 6 km.) protagonisti della loro produzione. La brouwerij Het Alternatief (l’Alternativa) infatti, è uno di quei birrifici bierfirma che, privi di impianti produttivi propri, brassano le proprie birre presso gli impianti di altri birrifici. Modalità operativa, questa, abbastanza diffusa in Belgio, visto che di questi birrifici se ne contano ufficialmente (fonte Zythos) ben 44, a fronte dei 113 birrifici “veri e propri” (sempre fonte Zythos). Brassano part-time, Piet e Christine, visti i loro relativi impegni lavorativi (insegnate di matematica lui, impiegata lei), dopo aver appreso i rudimenti del mestiere  proprio presso gli amici dell’ Alvinne. Ma non brassano “per scherzo”, visto il range produttivo di tutto rispetto, per essere un micro birrificio part-time: ci sono le due Hik (blonde e brune), le prime ad essere state brassate e che segnarono il passaggio dalla modalità homebrewer a quella di microbrouwerij; ci sono anche la Den Alternatief (una belgian ale ambrata con ABV 5%), la Tatsevot (una special beer brassata con lieviti inglesi), la Ambetanterik (una imperial stout), la Piet-Agoras (un’ambrata di 9° alcolici) e le due birre che ho assaggiato, la Eerwaarde Pater e la Bittere Waarheid. Tutte birre non banali, dal carattere spiccato e particolare, che vanno, volutamente, nella direzione esattamente contraria a quella delle birre commerciali, con combinazioni di ingredienti e metodologie produttive molto interessanti.  Produce poco, come quantità, ma esporta già oltre Oceano, grazie all’importatore americano Twelve Percent, che fa arrivare negli States i prodotti di alcune fra le microbrouwerij belghe e olandesi più interessanti (fra le “nostre” di Birrerya: Cazeau,  Sint Canarus, Hof Ten Dormaal). Una nota negativa: il loro tristissimo, poverissimo, non aggiornato sito web.

L’ Amara verità (Bittere Waarheid), questo il nome tradotto dal fiammingo di questa triple IPA (così la definisce il produttore), una bionda dalla consistente gradazione alcolica (ABV 10%) e dal sostenuto IBU (70). Una birra forte per persone dalla forte personalità, dice sempre Piet Salomez. Quattro i luppoli aggiunti nella brassatura di questa birra (un paio provenienti dalla zona di Poperinge, gli altri due americani), ciascuno in quattro momenti diversi; non filtrata e rifermentata in bottiglia, sulla cui label è riportata l’immagine di una scultura creata dall’artista fiammingo Johan Herman. Amara è amara, i 70 IBU si avvertono eccome, ma è un’ amarezza non aggressiva,  sostenuta da una bella struttura maltata; e al carattere amaro contribuisce decisamente anche un lievito asciutto e “ruvido”,  i cui residui rendono leggermente velata la birra. La schiuma è bianca e fine, a bolle relativamente grosse, l’aroma è piccante di lievito e asciutto di luppolo, un luppolo decisamente erbaceo e leggermente citrico nel finale. Una carbonazione accentuata aggredisce inizialmente le papille gustative che, una volta tornate alla normalità, sono in grado di apprezzare la bella consistenza maltata di questa birra e la caratterizzazione amaricante del finale della bevuta, nel quale sembra affacciarsi anche un po’ di anice stellato. Asciutto e pulito, molto pulito, il finale, più fresco che alcolico. Assaggiato in bottiglia da 0,33; alc. 10% vol.; ©Alberto Laschi.
 
Un grado alcolico di meno, 30 unità di amaro in meno (40 al posto di 70), scura invece che bionda, una diversa tipologia produttiva (belgian strong ale): ma la stessa forte, tenace, pressante frizzantezza. Che nel caso però di questa Eerwaarde Pater (Reverendo padre) è un po’ troppo pervasiva, e offusca un po’ troppo il quadro gustativo. Birra con personalità, niente da dire, costruita con sette diversi tipi di malto, due tipi di lieviti, fatta maturare per tre settimane in botti di rovere. Un cappello di schiuma enorme, cremoso e lungamente persistente, un bel colore marrone mogano reso opalescente dai residui del lievito, e una bella impressione olfattiva. Una acidità vinosa filiforme, bella la complessità maltata che emerge, di cacao in polvere e di biscotto tostato, rustica la parte legnosa, portatale in dote dalla maturazione in botte. Poco, pochissimo luppolo, ma un lievito piccante e pungente. La frizzantezza nasconde un po’ troppo la ricchezza gustativa, che pure c’è: tanta confettura di frutta rossa, un vinoso ancor più accentuato, uva passa, cacao e polvere di caffè, un rustico legnoso, un po’ di zucchero di canna. Finisce con un prorompente tourbillon di pepe e luppoli erbacei. Latente l’alcolicità, che c’è, ma che ben si armonizza con il tutto. Se Piet mette un po’ mano alla componente-carbonazione, ridimensionandola, ne viene fuori un’ottima, davvero ottima scura belga. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9% vol.; ©Alberto Laschi.

One Response to “Un micro-birrificio “alternativo””

  1. Casto

    Ciao mi fa molto piacere avervi conosciuto e penso seguire la vostra pagina anche perche siamo nel mondo birra da poco e mi fa piu piacere ancora poter avere tanta informazione imternazionale grazie al vostro lavoro gia che vivendo in españa e un po piu difficile il movimento della birra Che da noi in Italia . Tanti saluti dalla spagna ciao. Casto

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