Le birre d’abbazia della Brasserie Brunehaut

 
La Brasserie de Bruenhaut “porta” un nome importante: la chausses Brunehaut era la strada, che ripercorrendo un antico tracciato romano, portava da Amiens a Colonia. E Rongy, nella provincia vallone dell’Hainaut, 12 km. da Tournai, si trova nei dintorni di quell’antico tracciato. Proprio a Rongy, nel 1992, Guy Valschaerts (assieme alla moglie), già mastro birraio in Africa, apre, o meglio, riapre la Brasserie di Brunehaut. Che fino al 1990 non si chiamava così, e non si trovava a Rongy, bensì a Guignes, un paesino distante soli 6 km., sempre vicinissimo al confine francese. A Guignes esisteva dal 1890 la Brasserie Groetembril – Allard, di proprietà della famiglia Allard, che l’ha mantenuta in attività fino al 1990, appunto, e che aveva nel proprio range produttivo anche alcune birre dal nome Brunehaut. Con l’aiuto e i contributi della Regione della Vallonia, Guy Valschaert rileva nel 1992 ricette e birre della ormai chiusa Groetembril, trasferendone la sede a Rongy, in locali appositamente costruiti e con impianti totalmente rinnovati. Per un po’ la nuova brouwerij segue il solco della tradizione, e poi rimette un po’ di “ordine” fra le varie linee di prodotti che stava immettendo sul mercato, arrivando alla “tripartizione” odierna. La Brunehaut ad oggi infatti ha una linea di birre brassate con prodotti provenienti da agricoltura biologica, con tanto di certificazione e relativo logo ufficiale: è la linea che comprende Bruneahut Blonde, Blanche e Amber. Ha poi una seconda linea di prodotti, detta “regionale”, che comprende la Mont St. Aubert, l’ Abbaye de St. Amand e la Kopstoot. Ma la linea produttiva più importante è quella delle birre dell’ Abbaye de Saint-Martin (quattro in tutto) che si possono fregiare del logo ufficiale delle biere belge d’Abbaye reconnue. L’ Abbaye de Saint-Martin, a Tournai, fu fondata nel VII secolo, e fu ulteriormente ampliata da Oddone nel tardo XI secolo, periodo nel quale si cominciò anche a fare birra nei cortili dell’abbazia. Ci pensò, come al solito, Napoleone a mettere fine, nel 1797, alla secolare storia religiosa dell’abbazia; nel 1809 l’amministrazione comunale di Tournai vi trasfersce la propria sede, e ancora oggi quello che resta dell’Abbazia è la sede del palazzo municipale di Tournai. Dalla devastazione napoleonica si riuscirono a salvare alcuni documenti storici preziosi, fra i quali (così si dice) anche le ricette “segrete” della birra che i monaci avevano prodotto per secoli, ricette che la Brasserie Groetembril-Allard di Guignes cominciò a ribrassare agli inizi del 1900. Con la chiusura della brasserie nel 1990 le ricette passarono di mano, per finire in quelle del mastro birraio Guy Velschaert che (ri)apre la brasserie Brunehaut due anni dopo e riesce a far “certificare” le birre dell’ Abbaye de Saint–Martin quali autentiche biere belge d’abbaye reconnue.
 

La Blonde, fra le quattro birre della gamma, è forse la birra un po’ meno caratterizzata e più “labile”. Una belgian ale beverina, ma non sorprendente, dal corpo rotondo e relativamente semplificato, che si fa bere, ma non ricordare (più di tanto). Non dico che sia tirata un po’ via, ma forse non ci si è lavorato abbastanza. Bionda, ma non limpidissima, schiuma corretta ma non fantasmagorica, naso relativamente fresco, ma anche molto leggero e volatile: regala solo un po’ di malto, una leggera astringenza fruttata e un cereale leggero e fuggevole. Si nota più la carbonazione che la sostanza, nel berla, con un’acquosità di fondo che in questo caso non è un pregio. Anche qui poca personalità; poco malto, luppolo leggero, un lievito solo accennato. Finisce svelta, quasi come una lager, che in effetti, un po’ ricorda. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7% vol.; © Alberto Laschi
 
 
Tutt’altra storia invece per la Brune, molto più ricca della Blonde e, soprattutto, molto più “soddisfacente”. Una abbey dubbel con i fiocchi, robusta e maltata a dovere, dalla bella personalità e dalla piena aderenza allo stile. E’ rotonda e corposa, tanto malto tostato, nocciola e cacao sia al naso che al palato, un caramello ben stemperato da un luppolo asciutto, pulito e ripulente. Correttamente carbonata, ha schiuma cremosa e persistente, con un lievito piccante e vivace che ne movimenta aroma e gusto. La tostatura ne caratterizza anche il finale, decisamente maturo ed elegante. Birra perfetta per un dopocena in solitaria. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8% vol.; © Alberto Laschi

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