Arrogant Bastard Ale: you’re not worthy

Volevo parlare di questa birra, la preclara Stone Arrogant Bastard Ale, assieme ad un’altra, altrettanto famosa, di diversa origine ma di stessa categoria (quella delle american strong ale), per poterne descrivere analogie e diversità. Ma scrivendone mi sono accorto (soprattutto quando sono arrivato a “mettere giù” la loro comparazione) che la birra “meritava” solo un post tutto suo: sbaraglia il campo, stramazza i concorrenti, fa corsa a parte. Assaggiandola ti apre un mondo birrario, oggi molto popolato, allora (1997, come vedremo) quasi disabitato, di sapori e profumi che ha fatto dell’America la “terra promessa” della innovazione produttiva. Una delle migliori birre della Stone Brewing, di Escondido.
 

La Stone Brewing ha iniziato la propria storia produttiva nel 1996; la prima birra (o una delle primissime loro birre) è stata la Arrogant Bastard Ale, commercializzata nel 1997. E nessuno si è mai sognato di togliercela, dal mercato, anzi. In questi 13 anni la “famiglia” delle Arrogant si è pure allargata, segno di un successo indiscutibile: nel 1998 è arrivata la Double Bastard, nel 2004 la versione Oaked e nel novembre 2010 si è aggiunta la Lucky Bastard. L’evoluzione della specie. E’ birra che ha fatto conoscere la Stone Brewing nel mondo, e rappresenta un po’ il suo “marchio di fabbrica” (tanto da “meritarsi” un sito web tutto suo): il gargoyle d’ordinanza sulla bottiglia, cattivo e quasi sprezzante (creato nel 1996 da Thomas K. Matthews),  il nome aggressivo, come aggressivo è (ed è stato) il suo marketing. An aggressive ale, la definiscono i produttori, che “probabilmente non ti piacerà” (you probably won’t like); ma soprattutto un you’re not worthy (non ne sei degno, non te la meriti) stampigliato in maniera alquanto provocatoria sulla bottiglia, appena sotto il nome della birra. E’ quindi una sfida, quella di berla per scoprire se ne sei veramente degno di una birra come questa. Devi essere uno allenato e abbastanza sofisticato per poterla apprezzare, dicono loro. Perché, dicono sempre gi Stone, questa, e tutte le altre loro birre, rappresentano il guanto di sfida lanciato contro tutti quei produttori di birra che per troppo tempo hanno cercato di tenere legata (in maniera spudorata) la gente alle catene del cattivo gusto (quelli del Brewdog sono quindi arrivati almeno secondi, in ordine di tempo …). Una birra con la B maiuscola, questa: e se uno tiene conto del suo anno di produzione, una birra che ha veramente precorso i tempi ed aperto un’era. Quella del luppolo, anzi dell’extra luppolo. Perché qui c’è la fiera del luppolo, anche sfacciato, anche arrogante, ma sublime nella sua sfrontatezza (mai presuntuosa). 100 (e più) IBU, e sentirli tutti, elegantemente: per molti, ma, forse, non per tutti. Si inizia con un bellissimo colore rosso rubino, brillante e trasparente, e con una schiuma corposa, densa e più che permanente. Uno potrebbe già passarci una serata a gustarsi il profumo che si sprigiona da questo bellissimo cappello di schiuma: un luppolo fiammeggiante, resinoso e agrumato, un malto caramellato che regala delicate sfumature biscottate  e un alcool leggero e tonificante. Il primo sorso intriga e stupisce, il secondo, il terzo e tutti gli altri colpiscono duro, ma sopra la cintola, non sotto. E’ birra che non ti frega con colpi bassi, scorretti e/o inaspettati: è coerente con se stessa fino in fondo, splendidamente coerente. Che inizia, al palato, con un luppolo spettacolare, molto agrumato, con un che di “pinoso”, che avvia una fase amaricante che  la cui (degnissima) fine si ha solo nella chiusura della beva, lunghissima, asciutta, piccante ed erbacea. Si prosegue, sempre al palato, con un malto corposo e caramellato, relativamente biscottato, che, assieme ad un alcool a tratti liquoroso, sostiene bene la corsa del luppolo saettante. Perché comunque è il luppolo che mena la danza, rendendo questa birra veloce e scattante, rivelando una bevibilità stratosferica. Grandissima prova del mastro birraio, che ha fatto (consapevolmente) di questa birra una antesignana di questo stile e uno degli esemplari più “imitati”. Una birra per “uomini veri”, si potrebbe affermare, quelli che si trovano d’accordo con la massima (partorita sempre dagli Stone) che le birre bionde e frizzanti sono solo per le femminucce. Una birra che è l’espressione dello splendido lavoro di quei grandi artigiani (dai volumi produttivi che qui da noi sarebbero in tutto e per tutto “industriali”) di Escondido. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 7,2% vol.; ©Alberto Laschi.

4 Responses to “Arrogant Bastard Ale: you’re not worthy”

  1. INDASTRIA

    La cosa assurda di un capolavoro del genere è che potrebbe essere bevuta come session in qualsiasi bar anche da chi è abituato a birre più comuni.

  2. Alberto Laschi

    Spero solo che quelli di Escondido facciano alla svelta a impiantare la loro testa di ponte produttiva dalle nostre parti (Europa, per intendersi); non si può restare a lungo privi di birre come questa. Ne va della salute.

  3. emanuele

    dove posso trovarla in italia? ci sono dei distributori? sapete se qualcuno vende questa birra a Roma? assaggiata in uno dei miei viaggi negli states, dalle parti di San Diego, poi trovata a San Francisco, dove il panorama produttivo dei piccoli birrifici “micro birrifici” è spaventosamente interessante.

  4. Alberto Laschi

    Magari si potesse trovare qui in Italia! Io l’ho assaggiata al Salone del Gusto di Torino, e sono riuscito ad accalappiarne lì un paio di bottiglie. Impexbeer aveva cominciato ad importare qualcosa di Stone Brewing, ma adesso vedo che non ne hanno più nel loro catalogo. A Roma, da loro, agli eventi che periodicamente organizzano, qualcosa a volte capita, ma non c’è niente di “stabile” o “certo”. Il prossimo evento è sabato prossimo (summer beer festival, http://www.facebook.com/event.php?eid=181164965268157), ma non hanno ancora reso nota la lista delle birre presenti.

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