Tre “russe” a confronto

Una “escalation” voluta, quella che ho messo in atto, complici alcune “cavie” gentilmente offertesi: testare (per “vedere l’effetto che fa”)  la declinazione in ascesa di un concetto, o meglio, di tre diverse incarnazioni dello stesso concetto (birrario): quello delle Imperial Stout. Birre sicuramente non banali, per uno stile birraio assolutamente non banale, dalla storia importante, e dal recente successo (almeno fra i “beer raters” ….).  Ho avuto occasione di ricordarlo più volte, di come queste birre vissero il loro periodo di massimo  splendore nel XIX secolo, quando, spedite dall’Inghilterra verso le steppe della Russia, incontrarono l’entusiastico apprezzamento della corte degli zar.  Artefice di questo commercio  fu Albert Le Coq, un mercante belga, che fondò a Londra nel 1807 una sua compagnia di commercio, che poi trasformò in birrificio in Estonia, a Tartu, nel 1826, attivo ancora oggi.
 
 
La prima delle tre è stata (noblesse oblige) la Samuel Smith Imperial Stout, fermentata ancora oggi nei tradizionali tini di ardesia (le yorkshire squares), che ha raccolto l’eredità, negli anni ’80, delle più antiche “consorelle” inglesi di questo stile, dopo la “dipartita” della acclamatissima Courage Imperial Russian Stout. Una Imperial un po’ meno imperial delle altre (“solo” 7 gradi alcolici, e una livrea molto snella), beverina, seppur classica, ma meno muscolosa di tanti altri esempi. Un inizio quasi in sordina, quindi, in questo multi-taste, ma non al ribasso: la Samuel Smith Imperial Stout (corredata da una delle più belle labels della storia birraria) fa inequivocabilmente range. Basti solo pensare a Garrett Oliver, che, per sua esplicita ammissione, ha “usato” questa birra come “pietra di paragone” per la sua altrettanto eccezionale Brooklyn Black Chocolate Stout; lo stesso Garrett si è formato, birrariamente, alla scuola di Mark Wytt, senior brewer per molti anni alla stessa Samuel Smith Brewery. Una nerissima stout, questa inglese, con un leggero e sorprendente aroma fruttato che tiene sotto controllo tutto il caffè + cacao presente; dalla beva facile ed armoniosa, radicalmente rotonda, ha un cioccolato asciutto e un torrefatto aggraziato e mai opprimente, che le regalano lunga vita e un finale più che azzeccato: perfetta.
 
 
Con la Rasputin di De Molen (abv 10,7%), siamo saliti di grado, e anche di intensità, ma tanto, e tutto d’un botto. Indubbiamente tutto un altro modo di brassare, altre le materie prime impiegate, anche perché forse altro era lo scopo, nella mente di Menno. Colpire, più che avvolgere; bruciare, più che riscaldare;  “aggredire” più che assecondare e/o circuire. Una birra senza tanti giri di parole, dall’ anima nera come quella di colui al quale è “intitolata”, il controverso “monaco pazzo” che tanta influenza esercitò nei confronti della famiglia imperiale dei Romanoff. E non è stato facile, per Menno, arrivare a poterle dare questo nome: la Rasputin infatti in un primo momento è stata commercializzata con il “nomignolo” di Disputin, in quanto l’americana North Coast Brewing, che già brassava la Old Rasputin, non era molto d’accordo sul nome scelto da Menno. Una volta risolte le cose, questa imperial stout made in Holland “invecchiabile “per almeno 25 anni, vede la luce in quel di Bodegraven una, massimo due volte l’anno, portandosi dietro un IBU portentoso (per una stout) di 81,7. Premiant e Saaz, usati per brassarla, attenuano solo in parte il grande carattere “cioccolatoso” e torrefatto di questa birra, nera come l’inchiostro, ricca di una schiuma fine e cremosa, color cappuccino. Arrostita e “fumosa”, elargisce vaniglia, bourbon, cioccolato, liquirizia (e un pizzico di frutta rossa) a piene mani, fermandosi un passo prima dell’ingolfamento olfattivo e gustativo. Spinta al massimo, ma riesce a fermarsi prima del punto di non ritorno.
 
 
La Black Tie di Mikkeller (la terza birra della serie) invece non ce la fa, a fermarsi prima di far danno. Dispiace dirlo (considero Mikkel un birraio con i controfiocchi), ma qui si è andati oltre, troppo oltre. Non tanto per gli 11,5% di abv, ma perché è  birra fin troppo solida e vischiosa: è, duole dirlo, una di quelle paradigmatiche incarnazioni del concetto di “asfaltatura”, caro ai molti critici di questo modo di fare birra. E’ una imperial stout passata per 4 mesi in botti di whisky, brassata (con l’attiva complicità degli amici di Nøgne Ø) aggiungendo miele (il 3% del totale). Già robusta di suo, la permanenza in botte non l’aiuta, anzi l’appesantisce ancor di più, regalandole ulteriore consistenza ed alcolicità, senza “ammorbidirla”. Ha il colore dell’olio di motore bruciato, una schiuma a bolle grosse, marroncina; birra gommosa fin dalla sversatura, quasi solida. Poi, scavando, ci trovi del buon cioccolato, del caffè marcatamente tostato, della liquirizia pervasiva, ma il tutto molto prossimo alla saturazione. Pur dividendosela, fai fatica a finirne la tua dose, tanto ti sovraccarica. Amara di un amaro bruciato, quasi affumicato, pesante nella sua corsa finale, lunga ed estenuante.
 
Un peccato finire così; si era cominciato così bene ….

5 Responses to “Tre “russe” a confronto”

  1. Filippo

    dalla descrizione la black tie sembra così densa da poter essere usata come glassa!

  2. Alberto Laschi

    La Black Tie è davvero … troppa, stucchevolmente troppa. La Rasputin è "solida", la Samuel Smith è sorprendentemente elegante

  3. Parola d’ordine: “toste” | inbirrerya

    […] per il suo esito finale ripetitivo.  La Rasputin Laphroaig BA (una delle quattro versioni BA della loro classica imperial stout) è tanta, perfino un po’ troppa: i suoi 11,2° alcolici colpiscono di più dei 15,2° […]

Lascia un commento