La “devozione” di Lost Abbey

Dopo il “tributo” di ieri da parte di Mikkel Bjergso nei confronti della tradizione monastica belga con la su Monk’s Elixir, oggi è il turno di Tomme Arthur, con la sua Devotion.

L’avevo già detto, che quelli di Lost Abbey erano un po’ “fissati” con la terminologia e l’iconografia religiosa, soprattutto quella cristiana. E il “caso” di questa birra lo conferma: la Devotion, una delle lorro birre “regolari”, sembra voler far riferimento proprio a quel forte sentimento di amore spirituale, non fisico, del devoto verso l’oggetto della devozione (cit. Wikipedia). Che, in questo caso, è suscitato dal vero e proprio oggetto di culto di Tomme, ossia la tradizione brassicola belga, e nello specifico quella monastica. Lo recita la retro-label e lo disegna la label: l’idea e l’occasione di questa birra nasce da un “bucolico” e “brassicolo” week end che Tomme aveva trascorso in Belgio, nella zona di Poperinge, la culla del luppolo belga. Il periodo è quello della raccolta del luppolo: il lavoro è tanto, così come la soddisfazione che Tomme coglie nella espressione dei contadini. Questa belgian ale vuole essere, nelle intenzioni di Tomme, anche il tributo al lavoro orgoglioso di quei coltivatori, poco glamour ma molto autentici. Qualcuno parla di questa bionda come di un “clone” di una famosa birra di quella zona: gli indizi ci sono tutti, ma li svelerò solo alla fine. E comunque: benedetti tutti i cloni fatti così! Ce ne fossero! Anche perché l’ “originale” è assolutamente più difficile da reperire. Una birra, questa Devotion, che scorre come un ruscello, “bucolica”, se mi si passa il termine: fresca e rinfrescante, lieve, aggraziata e beverina all’ennesima potenza. Scolarsene una 0,75 tutta da solo è una tentazione quasi irresistibile. “Solo” 6,25% di abv, color pesca leggermente velato, schiuma fine fine e cremosa; malti 2row e crystal, luppoli Northern Brewing e Tettnang e un blend di tre lieviti. Tutto ciò crea un profilo aromatico delicatamente elegante e nettamente “frizzante”: limone, agrumi, zucchero candito e un luppolo delicatamente erbaceo che rilassa davvero i sensi. Sembra di essere in un campo fiorito, fresco e lussureggiante, arieggiato e assolato. Assaggiandola, rivela un corpo rotondo e decisamente dangerous drinkable: croccante la frizzantezza, pulita la corsa, ricca la varietà gustativa. Malti delicatamente biscottati, una linea d’ombra leggermente agrumata, erbacea e delicatamente floreale la componente luppolata, un pochino di pepe e di spezie regalati dai lieviti. Tanto è corretto, equilibrato e delicato è il finale che è un peccato mortale arrivare … alla fine di questa birra. Che davvero si avvicina, con il dovuto rispetto, alla Westvleteren Blonde: simile nella gradazione alcolica (6,2% l’americana, 5,8% la trappista), esuberanti e beverine entrambi, tutte e due dotate di una elegante, raffinata, quasi insuperabile semplicità. Per uno bravo, che si ispira, nel massimo rispetto, alla tradizione brassicola belga penso venga spontaneo provare a “rifare” (pur sempre a modo proprio) una delle incarnazioni meglio riuscite della sapienza birraria monastica di quelle parti. Che Tomme conosce bene, avendola visitata: nella “storia” della Devotion, “consultabile” nella sezione specifica del sito di Lost Abbey, si fa un criptico riferimento infatti alla visita che il mastro birraio americano compie, in quello stesso soggiorno a Poperinge, in una delle storiche abbazie trappiste che produce birra da 150 anni, dove deve incontrare father Thomas. L’indizio porta dritto dritto a Westveleteren, che dista soli 15 km. da Poperinge, dove si è cominciato a produrre birre nel 1838; quello che un po’ fuorvia è padre Thomas, che sembra essere il mastro birraio di Westmalle (e poi di Achel), dove si comincia a produrre dal 1836. Da come viene descritta, però, l’abbazia sembra essere proprio quella di St. Sixtus, incastonata con austera semplicità nelle campagne di Poperinge. “Giallo abbaziale” a parte, in ogni caso molto bella la frase finale della “storia” della Devotion, birra che Tomme “offre” per celebrare i nostri fratelli monaci e la loro devozione incrollabile. E’ uno splendido modo di rendere onore ai “meriti birrari” di una famiglia religiosa, quella dei certosini, che ha fatto e sta continuando a fare, splendidamente, la storia della birra, quella buona davvero. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6,2% vol.; © Alberto Laschi.

Lascia un commento