Nøgne Ø e Port Brewing, con due american strong ales

Molto se ne è discusso, ancor oggi se ne discute, ma sempre se ne discuterà: la questione degli “stili birrari” è materia intrigante ma anche complicata, per questo spessissimo dibattuta. Sono ritenuti da alcuni un baluardo ineliminabile mentre per altri non sono altro che una classificazione limitante (e a volte fuorviante). Io li ritengo, gli stili birrari, quasi un “male necessario”, un  sistema di riferimento complesso di per sè, ma che aiuta (almeno in parte) ad orientarsi. All’interno di questo mare magnum oggi vado a pescare uno stile che non è uno stile (tanto per complicare un po’ le cose): quello delle american strong ales, per vedere come due diversi birrifici lo declinano. Una “categoria logica”, questa, più che uno stile vero e proprio, popolata di birre robuste, fra l’ambrato e il marrone scuro, intense, brassate con un uso abbondante di malto e luppolo.
La prima a scendre in pista è la norvegese Nøgne Ø, con la sua God Jul (Buon Natale, in norvegese), conosciuta (e commercializzata) dall’altra parte dell’Oceano con il nome di Winter Ale. Una brown ale (più che red ale), con tanti malti (lager, munich, caramalt, black e chocolate) e altrettanti luppoli (chinook, centennial, columbus), molto più in primo piano i primi rispetto ai secondi, per un ABV finale di 8,5%. Una birra caramellata, mi viene da dire, nella quale è preponderante la struttura maltato/alcolica, un po’ (ma solo un po’) vivacizzata da una luppolatura più speziata che amaricante. Non è un “dolcione”, ma fin dall’aroma prevale questa invadente componente abboccata, quasi sciropposa, di zucchero di canna e caramello, punteggiata qua e là dall’inserimento di qualche nota speziata e piccante (cannella, pepe). Il che, alla lunga, non rende particolarmente snella la beva, che spesse volte corre il rischio di andare in overdose zuccherina. Non una birra per diabetici, dunque; una birra adatta ad accompagnare i dolci speziati della tradizione natalizia, ma che, bevuta in solitaria, alla lunga affatica. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 8,5% vol.; ©Alberto Laschi.
La seconda, invece, è una birra che ti lascia l’amaro in bocca. Una birra che aiuta ad acquisire sicurezza, dicono loro, quelli di Port Brewing. Se questa Shark attack, con il suo carico da undici di luppoli (una quantità letale), non spaventa chi la beve, allora quest’ultimo potrà nuotare senza timore anche in quelle acque nelle quali la presenza degli squali non si può escludere a priori. Tanto ormai è vaccinato, ha ben poco altro da temere. Un po’ folkloristico ciò che la label recita, ma non del tutto fuorviante. E’ un bell’attacco gustativo, quello che la Shark Attack muove nei confronti di chi la beve. Un ABV considerevole (9,2%), una grande quantità di malti che la irrobustiscono, Cascade e Centennial a balle che la martellano. Anche in questa, come in tutte le altre loro birre fin qui assaggiate, è l’uso copioso di luppoli che svetta e che da come risultato finale un superbo strascico d’amaro; fantasioso, aggraziato, variegato, a lungo persistente. E che non disturba affatto: anzi, rompe quello che poteva essere un circolo vizioso, (alcool + malto), che senza luppoli correva il rischio di far sconfinare questa fulva birra nel settore delle scotch ales. Malto biscottato, caramello e luppolo fresco all’aroma; resina, erba fresca, il caldo dell’alcool e il gommoso del malto al palato; una schiuma enorme, massiccia, quasi solida, che galleggia a lungo sulla birra. Va giù che è un piacere, lasciando l’ultimo morso di amaro, quello definitivo, su lingua e palato. Bere, saziarsi (appare quasi solida) e dissetarsi è un tutt’uno, per questa birra che compare sia nel portfolio di Port Brewing che in quello di Pizza Port assieme a Wipeout e Hop 15, birre che Tomme Arthur aveva cominciato a brassare a Solana Beach e che si è portato dietro in Lost Abbey/Port Brewing. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 9,2% vol.; ©Alberto Laschi.

4 Responses to “Nøgne Ø e Port Brewing, con due american strong ales”

  1. PatrickBateman

    Personalmente la God Jul mi scende più facilmente e volentieri di diverse natalizie belga, mentre la Shark Attack… la considero straordinaria. Trovammo una forte somiglianza con l’Arrogant Bastard (anche se, parere mio, la Port Brewing è più massiccia) non so te.

  2. Alberto Laschi

    Oggettivamente, la Shark Attack è più ponderosa della straordinaria Arrogante degli Stone; più malto, un luppolo più aggressivo e meno mitigato. La Arrogant è uno dei quei pochi, splendidi esempi di equilibrio e bevibilità assoluti: fatto 100 per la Arrogant, comunque 95 per la Shark. Di tutto cuore.

  3. Tyrser

    Posto che non amo le Red Ale californiane perchè il loro caramelloso presto mi diventa stucchevole quello che più apprezzo della Shark Attack è che mi risulta comunque bevibile e maschera bene i suoi gradi; caratteristica comune delle birre hopped di Port Brewing/Lost Abbey che fanno dell’equilibrio tra corpo e luppolo vera poesia.

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