2 Turtle doves: una birra di Natale, a Pasqua

E’stato il nome a portarmi fuori strada, e la poca voglia di mettermi a leggere la descrizione (scritta in caratteri relativamente piccoli) che la brewery americana The Bruery ha avuto la bontà e la correttezza di scrivere sulla label. L’ho battezzata come una birra “pasquale” e l’ho tenuta in cantina aspettando di aprirla al momento giusto.  Two turtles doves: due tortore, che nella mia testa erano il simbolo pasquale perfetto. E invece questa belgian dark strong ale è la seconda birra, in ordine di tempo, della progettata serie di 12 birre di Natale che la brewery di Placentia ha “schedulato”, avendo preso come punto di riferimento progettuale la famosa canzone natalizia inglese (degli inizi del XX secolo) Twelve days of Christmas. Canzone che viene da lontano, nella sua prima redazione, dall’area linguistica anglo scandinava del XVI secolo, inconfondibile nella sua strutturazione a filastrocca. In questa canzone popolare il narratore/cantante descrive i doni che gli vengono consegnati dal suo “vero” amore in ciascuno dei dodici giorni di Natale. Ogni strofa della filastrocca elenca tutti i doni cantati nelle strofe precedenti, aggiungendone ogni volta uno. Quasi sicuramente lo stesso Angelo Branduardi ha modellato la sua famosissima Alla fiera dell’Est su questa canzone.

Tornando alle birre, ma rimanendo alla canzone, la prima delle 12 messe in cantiere da The Bruery è stata, nel 2008, la Partridge in a pear tree (la pernice in un pero, che simbologgia Gesù, che si finge ferito per attirare i predatori verso di sé, distogliendoli dai figlioletti indifesi nel nido), una abt/quadrupel dal ponderoso abv di  11%. La seconda, in ordine di tempo, è stata proprio la Two Turtles doves (brassata in occasione delle festività natalizie del 2009/2010), dove le due tortore del nome raffigurerebbero, nelle intenzioni del redattore della filastrocca, l’Antico e il Nuovo Testamento. La Three French Hens, la birra natalizia 2010/2011, un’altra belgian strong dark ale,  10% abv, con il 25% del mosto affinato in botti di rovere francese. Le tre galline francesi del nome rappresenterebbero le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Ritornando a bomba alla “falsa” (per colpa mia) birra pasquale, la birra delle due tortore è una robustissima birra scura (12% abv), che la brewery classifica come un esperimento produttivo a cavallo fra una belgian strong dark ale e una imperial porter, per la quale sono state impiegate fave di cacao, nocciole tostate, zucchero caramellato e malto caramello, tanto malto caramello, per un IBU significativamente attestato a 25. La tentazione è quella di definirla un bello sciroppone, denso e non troppo facile da sorbire; berla con la giusta dose di calma ti permette invece di apprezzarne maggiormente le sfumature. Che ci sono, da quelle legate al colore (marrone scuro, ma con eleganti striature rossastre), a quelle legate all’aroma (tanto zucchero e caramello, ma anche tracce di legnosità, di frutta secca e tostata, e di rum), a quelle che ti rotolano in bocca (noce di cocco, cacao, liquirizia, uva passa, lievito e zucchero candito, accanto alla sempre significativa caratterizzazione caramellata). Qualcuno la descrive come una “bomba maltata”, e facendo così non è molto lontano dalla realtà: è birra che si muove ardimentosamente lungo il confine della saturazione dolcificante, che però non valica mai in maniera definitiva, arrestandosi un passo prima dell’irrimediabile. Indicandone il possibile invecchiamento fino a dieci anni, la brewery la mette come ideale sigillo della serie delle 12 birre natalizie messe in cantiere.

Birra ovviamente adatta alla stagione più fredda, più che alla primaverile Pasqua di questi tempi; ma birra comunque “religiosa”, adatta per chiudere in bellezza un lungo periodo di post birrari su questo blog. Adesso un po’ di “stacco”; l’appuntamento è qui, su Inbirrerya, per i primi giorni di maggio, a United Indipus concluso.

Buona Pasqua a tutti.

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