Un po’ di Belgio dalle parti di Reggio

Continuando nella “rivisitazione” di quel tanto di buono che mi (ci) è capitato di bere all’Indipubs, questa volta tocca al Belgio, con quattro ottime birre spillate in quell’occasione, alcune delle quali al proprio esordio assoluto in Italia (per dovere di precisione, una di queste quattro era in bottiglia, regalo “sottobanco” dei due del Moeder Lambic).

Comincio dalla nuova/vecchia stout della Dupont, la Monk’s Stout, ri-brassata a Tourpes dopo alcuni decenni da Oliver Dedeycker, attuale direttore di produzione della storica, splendida birerria e nipote di colui che l’ha brassata, per la prima volta, una cinquantina di anni fa. Fa 5,2% di abv,  niente di più e niente di meno del necessario, per questa belgian stout che è quasi paradigmatica. Nera di un nero limpido e impenetrabile, dalla schiuma abbondante, fine e cremosa, che ne sostiene adeguatamente l’impronta aromatica, con il ceppo del lievito di Dupont che ci lascia impresso il proprio inconfondibile timbro. Come al naso, così al palato, malto delicatamente bruciato, una leggera venatura asprigna, luppolatura sottile, delicata, equilibrata. Stupisce in positivo la rotondità della beva, l’altro marchio di fabbrica della Dupont, con la componente acquosa della birra davvero da 10 e lode. Si lascia finire con piacere, rapidità, rimpianto. Ricorda un pochino (in meglio) la Stouterik della De La Senne, a mio modo di vedere. Assaggiata alla spina; alc. 5,2% vol.; © Alberto Laschi

Pierre Gobron ha iniziato nel 2007 il progetto Lupulus, dopo aver chiuso quello Achouffe, consegnadolo, chiavi in mano, a Duvel Moortgat. La Brasserie Les 3 Fourquets rilascia propio in quell’anno la Lupulus, l’inconfondibile birre con il lupo sulla label contornato dai fiori di luppolo. A quattro anni di distanza arriva la sorella Bruna di quella Bionda, che Michele del The Dome ha portato in fusto a Vezzano sul Crostolo. Non so se è stata una novità assoluta, ma la Lupulus Brune è stata da pochissimo tempo rilasciata sul mercato, anche quello italiano, ed è stata per me la prima volta che l’ho bevuta. Farà sicuramente colpo sulla clientela: a chi ha apprezzato la Blonde piacerà sicuramente questa versione Brune,  delicatamente caramellata e lievemente tostata, ruffiana e “semplice” quanto basta per accontentare quasi tutti. Non una birra ricercatissima, non una esplosione di fantasia, ma una birra solida e tranquilla , dal rendimento costantemente medio-alto, che si fa trovare sempre dove la cerchi. Ci trovi il Belgio classico, una belgian strong ale rotonda, beverina, dissetante, con la giusta dose di alcool (abv 8,2%) e una livrea (colore + schiuma) assolutamente a posto. Curioso di testarne la versione in bottiglia. Assaggiata alla spina; alc. 8,2% vol.; © Alberto Laschi

Brussels Calling, De La Senne, arrivata in bottiglia la domenica, a Vezzano, portata in anteprima dai due titolari del Moeder Lambic (assieme al fusto di Cantillon Kriek, passato a miglior vita la notte precedente). La nuova belgian ale dei ragazzi di Sint Pieters Leeuw, ospiti del prossimo Villaggio, la prima birra “nuova” uscita dai nuovi impianti di brassaggio. Joris Pattyn, con grande sinteticità e precisione la descrive come another great try at light beer with class by the guys from de la Senne. E’ davvero una birra “smilza” (abv 5%), essenziale nella sua semplicità, elegante nella sua linearità: il marchio di fabbrica inconfondibile dei luppoli continentali, la grande limpidezza, l’abbondante ricchezza della schiuma, la sostenuta carbonazione. Anche in questo caso niente voli pindarici, tanta solidità, tanta tradizione, grande professionalità. Amara, asciutta, dissetante. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5% vol.; © Alberto Laschi

Un fusto di Cantillon Kriekenlambic, “saccheggiato” la notte fra sabato e domenica, per accompagnare il parmigiano reggiano fresco, meglio, ancora caldo, della cotta pomeridiana. Tiro ad indovinare, ma quello che abbiamo assaggiato è la versione unblended della kriek di Cantillon, quella che solitamente si trova solo in fusto. alcolici di assoluta goduria: una birra sfrontatamente sublime. Un lambic fruttato  e “oleoso”, consistente nella sua ricchezza, una miscela quasi perfetta fra i 15o kg. di ciliegie e i 650 lt. di lambic che ogni botte di rovere approntata da Jean Pierre Van Rooy per questa birra può contenere. Una ciliegia “legnosa”, terragna, asprigna quanto basta per non risultare stucchevole, rustica lo stretto necessario per ripulire e ricominciare, un aroma in perfetto equilibrio fra l’acidulo e il dolce fruttato. Una birra che sa di cantina, una birra che viene dalla cantina, dove il “ragno di casa Cantillon” regna e sanifica l’ambiente (come raccontato sul sito della brasserie), una birra che in cantina ci può rimanere quasi all’infinito. Necessario testarla ogni tanto, però: è quello che abbiamo fatto a Vezzano, con risultati stupefacenti. Da assuefazione e dipendenza, lo garantisco. Assaggiata alla spina; alc. 5% vol.; © Alberto Laschi

Menzione finale per la Pissenlit 2006, una birra che gli anni di invecchiamento hanno davvero “trasfigurato”, una saison che ha rivelato un insospettao e inaspettato carattere “lambiccato”, e per la 21th Anniversary che Umberto del Goblin ha fatto brassare da De Graal: un imponente impatto speziato che a me ha un po’ spiazzatao, ma che ha incontrato il gradimento generale. La Popaholic degli Struise ha regalato tanta botte, tanta botte, tanta botte … anche troppa. 

3 Responses to “Un po’ di Belgio dalle parti di Reggio”

  1. Augusto Brusca

    La Popaholic che ho bevuto tempo fa qui a Roma più di una volta non la ricordavo caratterizzata dalla botte in maniera così invadente. Assaggiata da amici e consorte, ancora non “pronti” per i sapori acidi, era stata con mia sopresa apprezzata. L’avevo quasi definita una “gateway beer” per il mondo del lambic.

    Sono i nostri sensi a tradirci (cosa molto probabile), oppure era il fusto dell’Indipubs più caratterizzato di quelli che (se non ricordo male) anche tu hai avuto modo di assaggiare a Roma?

  2. Alberto Laschi

    Ho parlato di tanta, tanta, tanta botte proprio perchè ne ho avvertito l’inusitata acidità, che non avevo in effetti riscontrato in quel di Roma quando l’ho assaggiata per la prima volta

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