Un giovanissimo birrificio italiano, Brewfist

Forse Will Shelton, patron della Highandmightly Beer Co. (da lui inaugurata nel 2006, dopo essere uscito dalla Shelton Brothers, aperta anni addietro assieme al fratello), non sarà rimasto molto contento quando avrà visto (se lo ha visto) il logo, comunicativo in quanto aggressivo, del Brewfist, birrificio italiano aperto dal 2010 nella cittadina lombarda di Codogno. Grafica simile per una immagine similare: un pugno più o meno chiuso. Lasciando ai titolari del Brewfist gli eventuali grattacapi derivanti da questioni di copyright, veniamo un po’ alla “storia” di questo nuovo birrificio. Anche se più che di storia, si deve parlare di cronaca, dal momento che ha aperto i battenti solo sul finire del 2010. Pietro di Pilato (il birraio, 31 anni), Pietro Mosconi (32 anni), Andrea Maiocchi (il più giovane, 27 anni) hanno iniziato questa loro avventura (sembra) con idee chiare e progetti precisi. A cominciare dall’impianto, dalla capacità di 30 hl. (per una produzione annua potenziale di 3.000 hl.), progettato direttamente dai birrai, sviluppato in estremo oriente e costruito poi in Italia. Dimensioni inusuali per un micro birrificio delle nostre parti, volutamente inusuali. L’obiettivo è il contenimento dei costi di produzione attraverso la quantità, nel tentativo di diventare l’equivalente  italiano dell’americana Sierra Nevada, avendo come punto di riferimento il modello anglosassone della Fuller’s: produzioni di qualità a prezzi accessibili, con l’attenzione e la qualità tipici di una microbrewery. Fuller’s che Pietro Di Pilato ha avuto modo di conoscere da vicino, avendoci lavorato (dopo ha lavorato anche presso il Birrificio Lodigiano, assieme ad Andrea Maiocchi). Quindi un progetto di birra artigianale “low cost” (simile a quello di Extraomnes, mi sembra di poter dire), che si sostanzia in birre pulite senza essere scarne, beverine senza essere banali: la materializzazione del concetto di session beer, birre buone, corrette, “facili”, da bere a secchiate. Cinque, ad oggi, le incarnazioni lodigiane di questo concetto: la Burocracy, la Jale, la Fear, la 24 K e l’ultima nata, la Space Man, tutte di ispirazione anglo-americana, tutte in bottiglia da 0,33 (e in fusto). Progetto interessante, da tenere d’occhio, progetto attento ai dettagli (dalla progettazione dell’impianto alla grafica delle label, anch’essa non banale), progetto che si apre anche all’esterno (sullo “stile De Proef”) visto che dalle parti di Codogno si brassa anche birra non di Brewfist. Progetto che guarda con occhio attento anche alla grande distribuzione, e non solo alla rete dei pubs (fra l’altro il birrificio ha anche la licenza per la mescita diretta in birrificio; per chi passasse da quelle parti …).

Non so se la Burocracy è la loro birra di punta, ma è davvero un’ottima birra. L’ho potuta assaggiare sia nella versione in bottiglia (alla Birroteca di Greve, assieme al Piso e a Michela) che nella versione on draft, allIndipubs dello scorso fine settimana. Un ben riuscito crossover fra una IPA e una APA, più “schietta” nella versione in bottiglia, più “accomodante” (e ruffiana) alla spina. Trendy ma non esasperato l’uso di luppoli d’Oltreoceano (Cascade, Amarillo, Motueka), per questa ambrata dall’ IBU non banale (52), dotata di bel sottofondo maltato sopra il quale si dispiegano le note resinose e agrumate dei luppoli, che non tracimano, regalandole una spina dorsale agile e scattante. Bella la sensazione di rotondità, più caratterizzata nella versione on draft, gustoso l’amaro che resta a lungo sul palato dopo la beva, assieme ad una deliziosa sensazione biscottata. Assaggiata in bottiglia e alla spina; alc. 6% vol.; © Alberto Laschi

La Space Man invece l’ho assaggiata solo in bottiglia, sempre in quel di Greve (c’era anche all’Indipubs, alla spina, ma me la sono persa), e mi ha lasciato, anch’essa una buona impressione. Penso la si possa, parzialmente, definire come una evoluzione della specie, della Burocracy in questo caso. Una West Coast IPA dall’ IBU più pronunciato (70) e con un grado alcolico in più (abv 7%), con la caratterizzazione data dal Citra e dall’Amarillo, usati sia in cottura che in dry hopping. Più secca ed aggressiva rispetto all Burocracy, raspa un po’ più sul palato, senza graffiarlo però. Asciutta sia nella beva che nel finale, ha uno spettro olfattivo meno ricco e fantasioso della Burocracy, collocandosi decisamente sul lato delle IPA più “toste”. Bene: continuare così, mi raccomando. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7% vol.; © Alberto Laschi

8 Responses to “Un giovanissimo birrificio italiano, Brewfist”

  1. Michele

    E la Fear? Secondo me é molto molto interessante. Una chocolate stout bilanciatissima e piacevolissima. Francamente Brewfist mi sembra uno dei birrifici più interessanti del momento! Complimenti a tutti.

  2. Filippo

    simpaticissimi i ragazzi di Brewfist!
    Tra la loro produzione la più “inusuale” è sicuramente la Fear (che consiglio di provare sia alla spina che in bottiglia (si comporta in maniera DECISAMENTE differente).
    Qualcuno ha definito Space Man e Burocracy delle “copie” di altre birre, è vero, ci sono delle similitudini, ma io le ho trovate decisamente più “session” delle loro presunte “ispirazioni”, cosa che in questi tempi di double,imperial o centinaia di IBU è un toccasana!
    Purtroppo sulla Jale non mi posso esprimere, l’ho assaggiata direttamente dal fermentatore e non in bottiglia 🙁 (ma recupererò presto!)

  3. Alberto Laschi

    La Fear non ho ancora avuto occasione di assaggiarla; cercherò di rimediare al più presto a questa “falla”. Ma se tanto mi da tanto …

  4. Alberto Laschi

    Concordo sul fatto che le loro birre (o almeno quelle da me assaggiate) sono molto più “godibili” dei presunti “modelli” ispisrativi: semplici senza essere banali, bella caratterizzazione, ma senza bisogno di tanta meditazione. Non è facile trovarne così, di questi tempi “estremistici”.

  5. In birra veritas, ediz. 2011 | inbirrerya

    […] wave, rappresentata efficacemente da BirrOne, Dada e, soprattutto, Brewfist, birrificio del quale avevamo già parlato (più che bene) un po’ di tempo fa; il tutto “completato” dalla tradizione tedesca d’eccellenza, con ottimi esempi […]

  6. In giro, per birre | inbirrerya

    […] in questo modo, l’assaggio del portfolio birrario di alcuni birrifici. Comincio con Brewfist, birrificio lodigiano attualmente molto “in”, del quale avevo in passato già assaggiato […]

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