Un birraio e un birrificio “monastici”

Austero, quasi monastico, apparentemente ieratico; Massimo Acanfora, nel suo bellissimo libro, lo definisce “un vero anacoreta della schiuma”.  E’ questa l’impressione che suscita Maurizio Ghidetti (aka Flibus), anche solo in foto, con la sua figura asciutta ed essenziale. Se poi ci metti che ha piazzato il proprio “laboratorio artigianale di birra” in una parte del millenario Monastero di Santo Stefano, in Val Bormida, quella terra a mezzo fra La Liguria e il Piemonte, allora il cerchio, davvero, si chiude. Maurizio ci arriva nel 2008, dopo essere stato prima birraio presso Baladin e poi oste a Cairo  Montenotte, titolare dell’Osteria del vino cattivo e birraio in proprio, nei locali del Palazzo Scarampi (della nobile famiglia Scarampi-Caretto, quella della bellissima Ilaria del Carretto) dal quale fa derivare il nome del birrificio, Scarampola. La sua passione per la birra viene da lontano, dai cinque anni che Maurizio trascorre in Inghilterra, dove conosce  la responsabile della Best Guide Pub in England, che lui accompagna in giro per un anno intero, in quasi tutti i week end, alla ricerca dei locali “giusti” da recensire. In questo vorticoso tour nascono e si sviluppano la sua passione e la sua fascinazione per il  mondo della birra artigianale, passione che asseconda inizialmente lavorando (e imparando i rudimenti del mestiere) nel 2001 con Teo Musso (suo amico) nel Birrificio Baladin. Il presente birrario di Scarampola è fatto di tanto, solitario lavoro nell’antica falegnameria e in una parte delle stalle di quello che resta dell’abbazia di Millesimo. Fondata nel 1200 dai benedettini di Savigliano, l’abbazia passa poi (dal 1216 e per 600 anni) nelle mani del ramo femminile dell’Ordine Cistercense, e infine in mani laiche (quelle del marchese Carlo Centurione Scotto), quando, nel 1802, l’abbazia stessa viene sconsacrata. Un presente birrario che si sviluppa su due linee di prodotti: la linea delle birre Scarampola (Nivura, N° 8 e IPA), prodotta presso l’impianto di Baladin a Farigliano, e la linea delle Birre dell’Abbazia (Birra del Lupo, Donna Petronilla, dedicata alla prima badessa dell’abbazia, Champale e St. Amè), più “sofisticate”. Maurizio, per brassare, “sfrutta” la collaborazione stretta con le Terme Vallechiara, nella vicina Mallare, che forniscono al birrificio acqua microbiologicamente pura, proveniente dalla zona di Altare, nelle Alpi Marittime. Come spesso, per fortuna, accade per i birrifici nostrani, molta attenzione viene posta anche da Maurizio nella scelta delle materie prime, sempre più legate al territorio: usa le castagne essiccate nei tecci di Calizzano per la sua Nivura, il chinotto di Savona per la N° 8, il grano saraceno coltivato nell’alta Val Tanaro, il miele della Val di Bormida e il luppolo coltivato nei terreni dell’abbazia, un esperimento condotto assieme alla Regione Piemonte. Sta anche lavorando da un bel po’ di tempo sulla ricetta di una nuova birra, questa volta brassata con lo sciroppo di visciole marchigiane, con l’obiettivo di tirarne fuori una bella birra acida, in perfetto belgian style. Un bel progetto, davvero, un micro birrificio che produce non più di 350 hl. l’anno, e i cui prodotti sono inseriti (non per caso) nella Selezione Baladin.

Bel colore fra l’ambrato velato e il marrone scarso, dalla schiuma fine e non molto persistente. La Nivura viene prodotta con una percentuale di castagne essiccate nei tecci di Calizzano e Murialdo (in pratica sono castagne affumicate): se ne avverte la presenza nettamente all’aroma, intenso, affumicato, con alcune note riconducibili al miele e ai fiori di bosco. Il corpo è rotondo e pulito, molto fluido, con una frizzantezza non accentuata ma di buono spessore; la sensazione generale è quella di un buon equilibrio gustativo, fra la parte molto watery del tutto e gli accenti tostati e affumicati. Buona la persistenza retrolfattiva, media la lunghezza della corsa finale, anch’essa caratterizzata dalle note affumicate. Assaggiata in bottiglia; alc. 6,5% vol.; © Alberto Laschi

La N° 8 è una blanche, ma non troppo: meno spezie e più agrume del solito, carattere, questo, che le viene conferito dal saggio uso del Chinotto di Savona, pianta originaria della Cina, coltivata nel solo territorio rivierasco da Varazze a Finale, presidio Slowfood. Di un biondo un po’ tenue (“bianca come una monaca”, la definisce Maurizio), ha la freschezza dentro, che regala a naso e palato, sottoforma di una asciuttezza agrumata, vivace e sbarazzina. Rotonda e moderatamente esile al palato, davvero watery, con una “acquosità” regalatale dal cereale che non disdice. Poca schiuma, frizzantezza relativa, carattere da vendere grazie al chinotto che svetta fino alla fine. Non lunghissima la corsa, secco e asciutto il finale. Me la gioco come profumato aperitivo per una calda serata estiva: è sicuramente perfetta. Assaggiata in bottiglia; alc. 4,8% vol.; © Alberto Laschi

One Response to “Un birraio e un birrificio “monastici””

  1. Le “altre” birre di Flibus | inbirrerya

    […] anacoreta della schiuma, coniata da Massimo Acanfora nel suo libro Un’altra birra. Di lui avevo già parlato in un precedente post, come di due delle sue birre (Nivura e N° 8), entrambe appartenenti al segmento produttivo delle […]

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