Old Viscosity di Port Brewing

Definizione: la viscosità è una proprietà dei fluidi che indica la resistenza allo scorrimento; nella chimica industriale l’ indice di viscosità è il valore che esprime la variazione di viscosità degli oli lubrificanti, impiegati nei motori a combustione interna, con la temperatura e si misura in gradi SAE. La Old Viscosity di Port Brewing invece si misura in gradi alcolici, potendone vantare 10,5°. Nome in codice: the big black nasty (i birrai, fra di loro, la chiamano così …), della stessa consistenza (dicono loro) dell’olio che trasuda dai carter delle trebbiatrici, un “incrocio” che “sfuma i confini” fra una porter, una stout, una old ale e una barleywine. Tecnicamente è classificata come una american strong ale, materialmente è un blend, ottimamente riuscito, composto per l’ 80% da birra fermentata nei normali tini d’acciaio, e per il restante 20% da birra di una precedente cotta affinata per alcuni mesi in botti di bourbon. Sei tipi di malto (Two Row, Wheat, Domestic Crystral, English Crystal, Carafa III, Chocolate), un solo luppolo (il Magnum tedesco) e due tipi diversi di lieviti per questa fantastica ale, ricca e raffinata, tosta e ruffiana. Il look di questa birra corrisponde abbastanza al ritratto che di essa se ne fa sulla label, retrò ed efficace: davvero nera come l’olio di motore, ma non eccessivamente “viscosa” (la Black Tie di Mikkeller, tanto per citarne una, pare solida il doppio al suo confronto), con una bella testa di schiuma fine e cremosa che la protegge a lungo. Bourbon, rovere, cioccolato, malto tostato, vaniglia, un bello spunto alcolico, prugne ed uvetta: c’è davvero tutto questo quando la avvicini al naso, che si affina e raffina sempre di più con l’alzarsi della temperatura. Con il riscaldarsi la birra si ingentilisce, al naso, lasciando emergere più le note morbide di quelle tostate. Quando ti appresti a berla, c’hai il retro pensiero: “adesso questa mi stende”, viste le premesse. E’ robusta, è complessa, non è “ordinaria”, ma non ti stramazza: non è il suo obiettivo, quello di darti il colpo del ko, preferisce circuirti, rivelando progressivamente tutta la propria complessità. E’ una bevuta meditativa quella che richiede, attenta a cogliere tutte le sfumature, fatte di bourbon, vaniglia, frutta scura, cioccolato, un leggero tannino, una inaspettata morbidezza, e una asciuttezza di fondo regalata da una luppolatura classicamente elegante. Non finisce come una barley wine, liquorosa e caramellata: assomiglia un po’ alla Noir de Dottignies, con la sua amarezza torrefatta e luppolata. Splendide entrambe. E’ una birra altera, ma non una birra da divano: ruvida e ruspante com’è, sembra essere fatta apposta per essere condivisa  fra bevitori “veri”, piuttosto che per essere centellinata in solitaria. Fra l’atro, potrebbe anche fregiarsi del nobile appellativo di pane liquido, di monastica memoria: un sito americano specializzato nell’analizzare l’apporto calorico delle varie pietanza/bevande ha certificato il fatto che una bottiglia da 0,66 cl. di Old Viscosity ha ben 399 calorie, la più “calorosa” fra tutte le birre di Port Brewing (276 la Wipeout, 374 la Hop 15, 270 la High Tide). E’, quindi,  birra sostitutiva di un pasto (quasi), e ancor di più lo sarà (sospetto) la sua versione hard, la Older Viscosity, 12% di abv e il 100% di birra maturata per 6 mesi in botti di Bourbon. Indispensabile agguantare (e testare) anche questa.  Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 10,5% vol.; © Alberto Laschi

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