Due session beers, a modo mio

Quello delle session beers è un tassello importante nel panorama birrario generale: sono birre ritenute poco impegnative, “normali”, per così dire, beverine e non troppo alcoliche. Ce ne sono in giro, assolutamente, accanto a tante altre molto meno session; l’ultima da me citata, in ordine di tempo, è stata la Veskyst di Fanø. Che però, confrontata con quanto afferma il recentissimo, accuratissimo (come sempre) articolo di Zytophile, non rientrerebbe perfettamente nel range.

Nella sua approfondita analisi del termine, della sua storia e della categorizzazione birraria, Martyn Cornell arriva alla conclusione che si possono definire session beer quelle birre (di solito) non superiori al 4,5% di abv (la Vestkyst ne ha 5,7%). Poi si addentra anche all’interno dell’orizzonte storico di questa categoria, e del termine che la identifica, termine che, secondo lui, non ha più di 20 anni di “vita”. Molto più interessante capire il perché dell’uso di questo termine; lui ci prova a spiegarlo. Le session beer si rifanno, probabilmente, alle birre più leggere, quelle consumate sulla tavola delle famiglie inglesi agli inizi del XX secolo, brassate così per legge, una legge restrittiva emanata in tempo di guerra (la I Guerra mondiale) e non abrogata alla fine delle ostilità. Una legge che prevedeva, fra le altre cose, anche l’apertura dei pubs in due “sessioni”, una a mezzogiorno e una alla sera. Non necessariamente, afferma Corrnell, il termine session riferito alle birre è direttamente collegabile a questa “doppia apertura”, che non erano così limitate nel tempo (si parla comunque di alcune ore per ciascuna, soprattutto alla sera). Sicuramente in queste sessioni gli operai “si davano da fare” con le pinte, e la bassa gradazione alcolica delle birre servite, oltre a renderle più economiche, permetteva loro (soprattutto dopo la session di mezzogiorno) di riprendere in maniera efficace il proprio lavoro. Dietro al 4% di abv (1.040 OG) ci poteva stare, sempre secondo Cornell, anche un’ulteriore importante spiegazione tecnica: è, quella del 4%, la linea di demarcazione “ufficiale” (lo riporto in inglese, che rende meglio l’idea) fra le birre bitter (o ordinary bitter) e  le best bitter (quelle sopra il 4%), con l’ulteriore precisazione che le birre best bitter difficilmente potevano essere considerate delle session beer, risultando più “impegnative”.

Come sempre interessantissimo e documentatissimo il beer writer inglese, di enorme aiuto quando uno cerca di capire la storicità di certi stili birrari e le motivazioni tecnico-pratiche che spesso li originano (sulle session beers e la loro definizione/storia non è comunque finita qui, assicura Martyn, che si è rituffato a nelle sue carte per sviscerare ancor più la cosa). Io, da parte mia, un po’ mi adeguo e un po’ no, a quanto scritto da Cornell, anche perché ritengo il concetto di session beer, o birra semplice, relativamente lato e anche molto soggettivo. Lo faccio parlando di due birre, o meglio di due (per me) session beers, tecnicamente all’opposto l’una dell’altra, materialmente identiche (nel loro effetto finale).

La prima è la spettacolosa Fleurette del Birrificio Italiano, assaggiata non molti giorni fa a Greve: solo 3,8% di abv (nel range, quindi!), brassata (oltre che con malto pilsner e luppolo kent goldings) anche con fiori di rose muscate, violette profumate, estratto naturale di sambuco, miele d’arancio, zucchero di canna da commercio equo e solidale e pepe nero in mezzo grano. Una esplosione di fantasia e freschezza in questa birra rosata, delicatamente profumata, da bere in calici e non a pinte, ricca di tutta la delicatezza e la fragranza primaverile. Nettamente floreale, argutamente insaporita dal miele e dal pepe, vivace e non passiva, dalla bevuta leggera ma non esile, watery ma non acquosa. Frizzante solo per il pizzico necessario, astutamente ruffiana, si fa desiderare al palato, dopo aver conquistato il naso, per una lunga session di calici. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 3,8/ vol.; © Alberto Laschi.


Hop Harvest 2010, l’evoluzione della specie. Nel 2009 aveva brassato la Hop Flower Power, che non era certo passata inosservata; alla fine del 2010 Nino Bacelle ha dato vita a quest’ altra birra a “tiratura limitata”  (5.000 bottiglie), fatta con la vendemmia fresca del luppolo (non essiccato) del 2010. Una belgian IPA robusta e ben luppolata, come le sa fare solo lui, costruita attorno alla ricetta della Guldenberg. 8% abv (quindi fuori range!), ma non ti prende a spallate, tanto luppolo ma non ti stordisce di amaro, una schiuma che è una crema, una leggera ma decisiva nota agrumata, la raffinatezza di un insieme eccezionalmente equilibrato. Cosa ci fa assieme alla Fleurette, nella sezione session beer? Pur nella diversità di struttura e impostazione, seppure lontane anni luce nella consistenza alcolica, danno entrambe lo stesso effetto: dipendenza. Le bevi e vorresti lungamente continuare a berle, ti regalano soddisfazione senza richiedere impegno e concentrazione eccessive. Difficilissimo allontanarle dal bicchiere. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 8% vol.; © Alberto Laschi.

Due vere session beers.

Per me

3 Responses to “Due session beers, a modo mio”

  1. Marchese

    Eccellente la Vestkyst, ma non è per nulla una session, la Fleurette invece non mi ha entusiasmato. Provate le bitter/golden di Dark Star, Moor e Gadds al 4:20, hanno 12 impianti a pompa spettacolari per le sessions!

  2. Alberto Laschi

    datemi un fusto di vestkyst e vi faccio vedere che session in solitaria che mi sparo …

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