Left Hand, e la sua porter

La storia di questa birreria inizia nel 1990, quando i due fondatori, Dick Doore e Eric Wallace, cominciano a produrre poco più che artigianalmente le proprie birre: il primo nasce come homebrewer (il suo primo kit per fare la birra gli fu regalato dal fratello nel Natale 1990), il secondo è un po’ la mente della coppia, quello che ha viaggiato e viaggia alla scoperta di stili e tecniche produttive della birra. Dopo alcuni esperimenti produttivi semi – casalinghi, la vera e propria birreria nasce il 22 gennaio 1994 in una ex fabbrica di carne in scatola, acquistata dai due soci sulle rive del fiume St. Vrein, vicino Logmont, in Colorado, 30 km. a Nord di Denver, con la prima birra prodotta, la Sawtooth Ale. Il nome iniziale della società è Indian Peaks brewing company, ma poche settimane dopo l’apertura ci si accorge che il nome era già in uso ad un altro birrificio per un determinato stile di birra; per questo Dick ed Eric “ribattezzano”  la propria attività Left Hand Brewery, in onore del grande capo Navaho Niwot, che portava la propria tribù a svernare in quella zona (left hand non è altro che la traduzione in inglese del termine arapaho “niwot”, mano sinistra). Dopo soli 4 anni di produzione, con un notevole incremento sia nella dimensione e capacità produttiva degli impianti che nel numero e nella varietà di birre prodotte, nel 1998 la Left Hand si fonde con la Tabernash Brewing di Denver, e alla fine di quello stesso anno vede la luce anche la Indian Peaks Distribution Company, che si occupa del lato commerciale della birreria. Nel 2009 sia la linea di birre Tabernash che la compagnia di distribuzione vengono definitivamente liquidate, e gli impianti subiscono un ulteriore ampliamento. Attualmente la Left Hand è una delle birrerie artigianali americane più famose e premiate (15 medaglie al GABF, 8 medaglie al World Beer Cup, 3 medaglie all’European Beer Star, una Medaglia d’Oro al Stockholm International Beer & Whisky Festival), e distribuisce le sue numerose birre (15 fra stagionali e stabili) in oltre 25 stati americani, cominciando ad affacciarsi anche oltre Oceano. La loro parola d’ordine? Equilibrio, necessario, per loro, per vivere in una zona dell’America che riserva fin troppe cose da fare e da vedere (300 giorni di sole all’anno, le Red Rocks Mountains da poter scalare, la neve per poter sciare, campi da golf a go go). Equilibrio come stile di vita ed equilibrio nel produrre: dalla pilsner alla imperial stout, passando per una porter, lo scopo è sempre lo stesso: fare delle birre che possano parcheggiare la testa e il palato di chi le assaggia in un felice stato d’equilibrio. Invidiabile filosofia, senz’altro; ottimi prodotti, comunque.

Come la loro Black jack, una porter con un ABV di 5,8%, nera come la notte (40 di SRM), profumata come un caffè, morbida in bocca quasi come un cappuccino. “Solo” 35 di IBU, cinque tipi di malti (Pale 2-row, Crystal, Chocolate, Munich e Wheat)e due tipi di luppoli (Hops Magnum e US Goldings) compongono un superbo mix di tostatura e freschezza, asciutta e amaricante di tostato al punto giusto. La schiuma è fine e non regge molto a lungo, il naso invece colpisce per equilibrio, eleganza e sostanza, caratterizzato com’è da tutte le sfumature del caffè e del cacao. In bocca è molto rotonda, felicemente rotonda, dalla carbonazione sufficientemente caratterizzata, che lascia velocemnete spazio ad una degustazione tranquilla e calibrata. Non stucchevolmente tostata nè pericolosamente abboccata, regala il meglio di sè nel finale, asciutto, delicato e pulito, con il caffè, il tostato e il cioccolato che restano a lungo sul palato. Assaggiata in bottiglia da 0,355; alc. 5,8% vol.; ©Alberto Laschi.

2 Responses to “Left Hand, e la sua porter”

  1. alberto 67 grignano

    concordo, la ho bevuta solo una volta ma non me la sono mai dimenticata.

    vellutata e profumata una libidine per tutti i sensi.

    sai se in zona si trova, la avevo trovata dal calamai questo inverno ma ora non la ho piu’ vista da loro.

  2. Alberto Laschi

    La bottiglia che ho assaggiato io l’avevo acquistata a Torino, a Eataly; non mi sembra di averne mai viste in zona “nostra”. Da questo calamai, prima o poi, ci devo capitare a dare un’occhiatina …

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