Amager Bryghus, dalla Danimarca

70 birre brassate “in proprio” più altre 25 brassate “per conto terzi” o in collaborazione con altri; da loro infatti sfaccendano attorno ai fermentatori anche i beerfirma danesi Evil Twin, Croocked Moon, Ordrup ed Xbeeriment, e anche il nomadic brewer Mikkeller non  manca di farci una sosta (produttiva) di quando in quando.  E tutto questo festival a partire “soltanto” dal 2007. Andando poi a spulciare un po’ Ratebeer, ci si accorge che la Amager Bryghus si è piazzata 23esima fra le prime 100 breweries al mondo nell’ultima classifica di Ratebeerbest, ed era 52esima nel 2010 e 77esima nel 2009. Pochi anni, ma buoni, verrebbe da dire (oppure, se si volesse essere maligni, la “sezione danese” dei beer raters ratebeeriani funziona davvero bene …). E’, comunque, un micro birrificio a tutti gli effetti, la Amager Bryghus, uno dei più importnati fra quelli che compongono la nuova ondata dei birrifici scandinavi.  Si trova sull’omonima isola dell’Øresund (160.000 gli abitanti), la cui parte settentrionale è occupata dai sobborghi di Copenaghen, al cui centro è collegata mediante due ponti. I fondatori del birrificio (una parte del quale si trova in un vecchio rifugio anti aereo) sono due amici,  Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm (l’attuale mastro birraio), entrambi diplomatisi (dopo essere stati a lungo “solo” homebrewers) presso la Scandinavian School of Brewing. I due rinverdiscono una tradizione birraria antica, visto che da quelle parti, nei primi anni del XX secolo, aveva operato (non molto a lungo, per la verità) un birrificio che portava lo stesso nome; sulle labels di alcune delle loro birre compaiono pezzi della storia locale legati a quel birrificio. Hanno fatto tutto da soli, i due amici, dal reperimento della location, alla sua ristrutturazione, all’assemblaggio dell’impianto, senza l’intervento di nessun altro finanziatore esterno (eccetto i “doverosi” finanziamenti bancari). Il tutto nell’ambizione di far fiorire nuove idee. Esplicito il desiderio dei due di voler essere degli innovatori nel contesto della produzione birraria danese: vogliamo fare birra, ma non la stessa di tutti gli altri, dicono, anche attraverso un uso “intransigente” di materie prime che altri non hanno il coraggio di impiegare. Scelgono esplicitamente di non far ricorso a nessuna scorciatoia: nessuna filtrazione, nessuna pastorizzazione, nessun uso di additivi artificiali, rifermentazione in bottiglia per tutto il tempo necessario. La fonte di ispirazione principale, lo dichiarano esplicitamente, è l’America, senza però perdere d’occhio la tipicità produttiva del Nord Europa: da qui tante IPA e tante imperial stout. Per un risultato finale più che soddisfacente, anche da un punto di vista commerciale: esportano già in Svezia, Norvegia, Finlandia, Olanda, Belgio, Francia, Inghilterra, Repubblica Ceca, USA, Canada e, più recentemente, anche in Australia.

Amager XX rated 2009: per brassarla hanno svuotato la stanza dei luppoli, probabilmente: Centennial, Hallertau Mittelfrüh, Brewers gold, Crystal, Simcoe, Perle, Mt. Hood, Hersbruck, Challenger, Fuggles, Liberty, Styrian Goldings, Columbus, Chinook, Amarillo, Bramling Cross, East Kent Goldings, Willamette, Palisade, Saaz, First Gold, Pacifico Gem e Northern Brewer. Sono 23 in tutto, una vera e propria orgia, come farebbe un Mikkeller qualsiasi (che si è fermato, per ora, a 19). E’ una imperial/double IPA, una birra-omaggio nei confronti di quel’ingrediente senza il quale la birra sarebbe solo un infuso, il luppolo, declinato nel maggior numero possibile di varianti. Ma in questa birra ci senti più la struttura maltata che la giostra luppolata. Funziona un po’ come quando gli effetti di alcuni farmaci vengono contrastati/appiattiti dagli effetti di altri farmaci presi in contemporanea. In questo caso, sembra paradossale, ma i luppoli stanno l’uno a guinzaglio dell’altro, e il risultato finale è un mix … maltato. Che poi non disdice, che poi è pure gradevole, ma che sa tanto di autogol. Tanta manica larga coi luppoli e così pochi risultati luppolati; sarà stata anche la bottiglia “vecchia” di un paio di anni … Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 9% vol.; © Alberto Laschi

Amager Julebryg 2008: un’altra birra “datata” di questo birrificio danese, una abbey dubbel con abv 7,5%. Datata è anche la label stessa di questa birra, la riedizione, seppur parziale, di una label che la precedente Amager Bryghus (quella che smise di produrre nel 1913) usava. Una dubbel nella versione “dolce”, decisamente abboccata, alla quale l’opportuno intervento del luppolo neozelandese Pacific Gem impedisce di perdere il filo e tracimare nel famoso, pericolosissimo, dolcione (l’ IBU è un comunque significativo 42). Non molto speziata, dalla carbonazione ormai ridotta ai minimi termini (come anche la schiuma), questa scura non esageratamente alcolica riscalda senza strafare, regalando nel finale una piccola nota piccante di more e frutta rossa relativamente astringente. Non un capolavoro, ma una birra solida e seria, senza per questo essere seriosa. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 7,5% vol.;© Alberto Laschi

4 Responses to “Amager Bryghus, dalla Danimarca”

  1. Il gemello cattivo | inbirrerya

    […] subito i conti in tasca, ovvero contare le birre che ha già prodotto e commercializzato: 6 da Amager Bryghus, 2 da Brewdog, 7 da De Molen, 12 da Fanø Bryghus 1 da Lervig Aktiebryggeri, più un paio di birre […]

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