Le bieres de garde e l’Avant Garde (o forse no)

Parlando di questa birra, l’estensore della presentazione sul sito di Lost Abbey si concede il vezzo di negare ciò che tutti gli altri affermano, “facendo finta” di chiamare le stesse cose con altro nome. La birra in questione è l’ Avant Garde, e tutto, dal nome alla iconografia scelta per la label alla “fattezza” della birra stessa, la riconduce alla tipologia della biere de garde, come nei siti di rating si può puntualmente verificare. L’ Avant Garde, invece, secondo i californiani di  san Marcos, è una birra brassata secondo l’ “Avant Garde style”. A quelli bravi (e loro lo sono) qualche concessione “letteraria” la si può anche fare, qualche volta … Poi si ravvedono, almeno parzialmente, e nel prosieguo della narrazione birraria saltano comunque fuori i termini “biere de garde” e la tradizione brassicola francese di riferimento, anche se declinata nella variante americana delle Farmhouse Ales. Nate in Francia del Nord, le biere de garde (birre che vale la pena tenere, conservare) vengono tradizionalmente fermentate in inverno e primavera, le stagioni più sicure per far lavorare i lieviti alla temperatura corretta. Birre robuste, birre rustiche, birre “campagnole”, nate non a caso proprio nelle vecchie fattorie francesi attorno al passo di Calais, quando la mancanza di strumenti precisi di controllo della temperatura consigliava agli agricoltori/birrai di andare sul sicuro, tenendo queste birre nelle loro cantine fino all’estate (per poi poterle consumare per tutto il resto dell’anno). Usata anche come “moneta sonante” per pagare i braccianti, le biere de garde (nelle sue tre varianti originarie, bionda/ambrata/scura) sono birre dalla caratterizzazione molto più maltata rispetto alle Saison belghe, birre “cugine”, e dalla superiore concentrazione alcolica (sono tutte sul 7% di abv), utile a farle superare indenni il periodo estivo. In Europa sono ritornate ad una maggiore diffusione a partire dalla metà degli anni ’70, dopo un periodo di oblio durato alcuni decenni. Figuriamoci se i birrai artigianali americani si facevano scappare l’occasione di mettere le mani anche su questo particolare stile birrario; e l’hanno fatto talmente bene da piazzare una infinità di loro prodotti fra le top rated beers di questa categoria birraria.

L’Avant Garde di Lost Abbey si è piazzata quindicesima nella classifica di ratebeer e trentatreesima in quella di beeradvocate, ed è uno dei prodotti stabili del birrificio californiano. Com’è ovvio e necessario per birre di questa tipologia, Tomme Arthur usa una grande profusione di malti, il Two Row, l’honey malt e un malto made in San Marcos, il Port Custom toast, tostato nei forni delle pizze della Port Brewing Co. Non è che i luppoli manchino, in questa birra: il Brewer’s Gold tedesco, lo Spalt e il Saaz sono elencati nella lista degli ingredienti, ma, davvero, se ne perdono presto le tracce. I 35 di IBU non sono davvero imputabili in tutto e per tutto ai luppoli, bensì ad una amarezza mielata che piano piano si fa largo al palato. E’ birra robusta, nella quale si percepiscono alcuni gradi alcolici in più rispetto al 7% abv dichiarato, dal bel colore dorato intenso. Scarsa e poco persistente la schiuma, scarna la effervescenza, decisa la caratterizzazione warming, con la componente malto-caramellata che lascia pochissimo spazio a tutto il resto. Ci senti il biscotto, la crosta di pane fresco, il miele, la frutta e i fiori bianchi, sia nell’aroma che nel gusto, con una vaga sensazione di “appiccicoso” che non rende agevolissima la beva. Una sensazione burrosa e quasi cremosa che “impasta” un po’ tanto: poca morbidezza e tanta sostanza. Anche il finale è caldo e prepotentemente abboccato, importante, ma anche un po’ ingombrante. Aderente allo stile? Rispetto ad altre biere de garde assaggiate, l’ho trovata meno rustica e meno snella delle altre, molto più impegnativa. La ricomprerei/riberrei? Devo ammettere di no: fra le birre di Lost Abbey fin qui assaggiate la meno riuscita (a mio giudizio), e la meno beverina. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 7% vol.; © Alberto Laschi

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