I venerdi del Villaggio (#2)

La discriminante è il secondo sorso, o meglio, la richiesta di poterne bere una seconda sorsata; é la regola “ufficiale” che traccia la fatidica linea di demarcazione fra una birra “buona” e una che invece non merita. Quando mia moglie (la vera intenditrice di birra di casa mia …) chiede di poter bere una seconda sorsata della birra che ho nel bicchiere, allora è segno che la birra è davvero ok, e che posso andare sul sicuro a parlarne bene. E per la Triple di Extraomnes è scattata la “legge del secondo sorso” fin da subito, immediatamente dopo averle dato il primo assaggio; e quindi si può andare sul sicuro, soprattutto in proiezione Villaggio. Perchè questa triple brianzola (o varesotta?) ci sarà al Villaggio del prossimo Settembre, al bancone di Extraomnes, assieme alla Blond e alla Zest. Dopo la birra della sete (la splendidamente beverina Blond) e la complessa ma non difficile Saison, ieri sera ho (abbiamo) battezzato la Triple, l’ ingannevole apparenza, birra made in Varese, ma con il proprio dna saldamente radicato in Belgio, la terra madre di questa austera ed augusta tipologia birraria.

Una birra forte, la Triple e le triple in genere, nate a suo tempo anche per aggirare una legge belga del 1919 (il Vandevelde Act), abrogata solo nel 1983, che disciplinava alquanto rigidamente la vendita di alcolici e super alcolici nei bar, ma che non tirava (casualmente?) in ballo nè la birra nè il vino. Una birra forte resa quasi “invincibile” dai trappisti di Westmalle, che iniziarono a produrre nel 1934 la madre di tutte le triple, la Westmalle Triple, ancor oggi paradigmatica. La “triple di Schigi”, tanto per semplificare, ti impegna fin da subito nella beva, reclamando attenzione: nessuno sconto, nessuna ruffianeria, la botta di alcool mediata solo in parte dalla frizzantezza pungente e spigliata, un fruttato alcolico (pesca, frutta bianca) caldo e ben attorcigliato attorno alla robusta tessitura maltata. E’ birra che sazia, alla fine della beva, è birra compiuta, che non fa perdere tempo, non è ondivaga ma ti conduce dritto dritto alla sostanza. Che è fatta di luppoli asciutti e stratificati, di lievito piccante e fruttato, di schiuma pannosa e consistente (anche se non persistentissima), di un finale ottimamente bilanciato, che si destreggia con bravura fra le note erbacee del luppolo, un etilico tutt’altro che marginale e le note pizzichine di pepe vivace. Lontana per struttura ed impostazione (ovviamente) dalla agilissima Blond, la Triple non è per niente una birra della sete, ma è birra capace di saziare completamente testa e palato: richiede, per poterlo fare, tempo, calma, spirito allenato e curioso. Berla è un regalo da farsi: ti teletrasporta nei recinti monacali, dai quali sembra essersi allontanata da poco. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8,6% vol.; © Alberto Laschi

Vado in vacanza per un po’ di giorni; gli aggiornamenti di questo blog sono affidati al signor Gianni Tacchini …

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