Birre dal Canada

La Unibroue, con le sue birre belgian-style, è stato uno dei birrifici che più ho amato quando, alla fine degli anni ’90, ho cominciato a bere “seriamente”. Dopo un bel po’ di anni, il ri-assaggiare un paio delle loro birre mi ha dato l’occasione di ri-buttare un occhio su questo pregevole (e premiato) birrificio del Quebec; molte cose sono cambiate, da allora. Intanto, Unibroue, dal 2006, fa parte della scuderia della giapponese Sapporo, che l’ha acquisita nell’agosto di quell’anno, vincendo la concorrenza di Labatt, InBev e Molson. Inoltre, il cambio di proprietà ha portato in dote anche il cambio del mastro birraio: Jerry Vietz (in Unibroue dal 2003) head brewer dal 2007, al posto di Paul Arnott (che aveva lavorato da Chimay, in Unibroue dal 2001, adesso alla Dubuisson), che però, a detta di molti, ha garantito e sta garantendo la “continuità qualitativa” del prodotto. E’, questa, l’evoluzione di una storia iniziata nel 1990, nei sobborghi di Montreal, ad opera di André Dion, ex-proprietario della catena di negozi Rona; non volendo fare solo il pensionato di lusso, comincia prima a mettere su una rete di distribuzione per le birre dei birrifici artigianali del Quebec e poi, nel 1991, procede, assieme al socio Serge Racine, all’acquisizione della Brasserie Massawippi, che versava in grosse difficoltà economiche. Trasferiti gli impianti nella comunità di Chambly, a sud di Montreal, comincia lì, nel 1992 a produrre le prime birre di stampo belgian style. Si era arrivati a questa decisione dopo che André, durante uno dei suoi viaggi in Belgio, aveva acquistato dalla Riva di Dentergem la ricetta della loro blanche, che venne lanciata sul mercato canadese con il nome di Blanche de Chambly, una wit bier modellata sulla ricetta belga originale. Comincia così l’avventura, nazionale e internazionale della Brasserie, nella quale si “imbarca” anche Robert Charlebois, rock star canadese di lingua francese. Avventura costellata da numerosissimi successi, anche e soprattutto commerciali, che la pongono però in rotta di collisione con la Sleeman Brewery di Guelph, nell’Ontario, il terzo birrificio canadese, allora, in ordine di grandezza. Grande competizione fra i due, una concorrenza commerciale e produttiva quasi all’arma bianca, fino a quando, nel 2004, John Sleeman fa ad Andrè Dion un’offerta economica non più rifiutabile. Così la Unibroue entra a far parte della Sleeman, che, dopo l’acquisizione, si ri-nomina Sleeman Unibroue Inc.; per poco però, fino al 2006, anno in cui la giapponese Sapporo acquisisce il gruppo canadese. Tante le birre che ad oggi la Unibroue produce: quindici fra le classic e nove fra le specialities, tutte (o quasi) dalle ottime referenze, tutte (ad eccezione de La Bolduc e delle birre della linea U) rifermentate in bottiglia.

Una delle birre “storiche” di questo birrificio brassata dal 1994 e dedicata a quegli intrepidi esploratori europei che, una volta scoperta l’America, pensavano di aver raggiunto la fine del mondo. Brassata dopo un lungo studio (18 mesi) su di un ceppo di lievito di origine belga, La Fin du Monde è una triple del Quebec, ispirata alle triple belghe, che ha mietuto in giro per il mondo un sacco di riconoscimenti (25 medaglie ai vari concorsi). Più asciutta che amara (19 IBU), è rotonda in bocca, ricca di aromi e sapori fruttati (albicocca, pesca, frutta bianca in genere). Bello il colore (oro antico), non eccezionale la schiuma, ricco il naso, ma soprattutto il palato, con un lievito simil-chamapgne che la rende briosa e frizzante. Delicato il finale, come la beva, anch’esso molto fruttato. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9% vol.; ©Alberto Laschi.

Ancor più “storica” è la Maudite (dannato), sul mercato dal 1992, altrettanto premiata (19 titoli vinti). Birra “dedicata” ai boscaioli del Quebec, otto dei quali (narra una variante della leggenda detta Chasse-Galerie), pur di tornare alla svelta a casa per le vacanze di Natale, fanno un patto col diavolo: la propria anima in cambio di una canoa volante. Uno di loro rinunciò al patto, a metà del volo, e tutti precipitarono al suolo. Anche questa strong ale di ispirazione belga si distingue per il carattere delicatamente fruttato (ancora scarso l’ IBU, 22), reso ancor più intrigante da una importante speziatura (coriandolo su tutto). Lo stesso bel lievito, ambrata, un po’ scarsa di schiuma, un po’ meno beverina della triple, ma altrettanto elegante. Rimane, dal finale, un bel palato fruttato. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8% vol.; ©Alberto Laschi.

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