L’americanissima Smuttynose

“Simpatico” il nome, bello il logo, molto curata (ed azzeccata) la scelta delle labels e, soprattutto, un gran bel parterre di birre, tutte o quasi ben giudicate dalla comunità dei ratebeeriani; è, questa la Smuttynose Brewing Company di Portsmouth, 29° birreria al mondo nell’ultima classifica di Ratebeer. La mente e il cuore della birreria è Peter Egelston, che l’ha aperta nel 1994 in una partnership con l’Ipswich Brewery (ora Mercury Brewing Company), diventandone ben presto l’unico proprietario. Ma era partito ancor più da lontano, nel 1987, quando, assieme alla sorella Janet, aprì il suo primo brewpub a Northampton, nel Massachussets. Adesso la sorella è rimasta proprietaria del brewpub di Northampton, mentre Peter è proprietario sia della Smuttynose che della “sorella” Portsmouth Brewing Co., un brewpub che sta dalla parte opposta di Portsmouth rispetto alla Smuttynose. Storia complicata, come spesso succede negli USA (mi viene a mente l’intricato intreccio Pizza Port/Port Brewing/Lost Abbey, ad esempio), ma una storia di successo, comunque: per 15 anni è stata la parte-brewpub (Portsmouth Brewing) a tirare la carretta, in quanto ad introiti, adesso è la Smuttynose che ha fatto il botto. Nel 2009 ha venduto birra per 5,7 milioni di dollari (il 20% in più rispetto al 2008), e il 2010 si è archiviato con un ulteriore aumento del 30% sull’anno precedente. Un così grande progresso ha messo un po’ in crisi la proprietà: i 24.000 metri quadri del birrificio non sono più sufficienti, e Peter aspetta con impazienza di lavorare a pieno ritmo per la costruzione del nuovo birrificio da 42.000 metri quadri, la cui apertura è prevista per il 2012. Tornando al nome/logo della Smuttynose, l’azienda ha mutuato il proprio nome dalla Smuttynose Island, la terza isola più grande delle nove che compongono il piccolo arcipelago delle isole Shoals, che si trova a sette miglia dalla costa del New Hampshire. Il nome compare sulle carte nautiche fin dal XVII secolo, e gli è stato dato dai pescatori stessi, che vedevano nel profilo dell’isola una certa somiglianza con il muso della foca che vi dimora quasi stabilmente, la Foca comune (nome scientifico Phoca Vitulina), che, per questo, compare nel logo della brewery stessa. Come nella migliore tradizione di molti birrifici americani, quasi sterminato il range produttivo di questa brewery, che spazia dalle immancabili IPA alle imperial stout, dalle baltic porter alla serie delle oak aged, dalle doppelbock alle wheat wine, una nuova categoria produttiva americana della quale la Smuttynose detiene, si può dire, il “brevetto”. Il tutto ripartito fra le categorie di birre stagionali, birre sempre reperibili e The Smuttynose Big Beer Series, una serie limitata nel tempo e nella quantità di birre di “categoria superiore”. Qui di seguito la descrizione di due delle loro birre che mi è capitato di assaggiare: della terza, la celebratissima Big A IPA, ancora gelosamente custodita in cantina, ne parlerò fra un po’, quando avrò trovato l’occasione “giusta” per farle la festa.

La Smuttynose IPA ha una label very cool, oltre ad essere un ottimo esempio di IPA americana. Non sono riuscito a capire chi è l’autore degli splendidi progetti grafici di tutte le labels di questa brewery, una più bella dell’altra, e quindi complimenti a prescindere; questa è comunque una delle più riuscite, con i due anziani Cy e Paulche se la spassanoimmortalati su tutte le bottiglie di questa IPA da 65 di IBU e dall’abv di 6,9%. E’ una di quelle birre che definisco birre-ciliegia: una tira l’altra. Se ne avessi avuto sottomano tutto il sixpack anziché una sola bottiglia, sarebbe stato molto difficile resistere alla tentazione di stapparle (e berle) una via l’altra. Un bel prospetto luppolato, con Simcoe e (il per me sconosciuto) Santiams che gigioneggiano alla grande, ben equilibrati dall’Amarillo che interviene per prevenire possibili eccessi; una beverinità quasi assoluta. Fiori e agrumi a go go, sia al naso che al palato, esatta al millimetro la carbonazione, decisamente ben riuscita la sfumatura ambrata del colore, bello e gustoso il finale, davvero asciutto e amaro, in un bel contrasto con la precedente rotondità maltata della beva. Poi è anche fresca, decisamente rinfrescante, una birra che ti fa schioccare la lingua. Non si può chiedere molto di più, se non il potersela ritrovare fra le mani un po’ più spesso. Assaggiata in bottiglia da 0,35; alc. 6,9% vol.; © Alberto Laschi


Di tutt’altra pasta la Smuttynose PumpkinAle, esponente di punta di quel segmento produttivo tipicamente (e quasi esclusivamente) americano delle pumpkin ales, brassate, appunto, mediante l’ultilizzo della zucca e che vedono il loro picco commerciale, ovviamente, nel periodo di Halloween. Una birra-tributo, un omaggio all’antica tradizione coloniale americana di birrificare ricorrendo, almeno in parte, all’uso della zucca, quale sostituzione almeno parziale dei costosi malti d’importazione, per rendere il prodotto meno caro e più alla portata delle tasche dei consumatori. Una birra “campagnola”, fresca e beverina, molto watery, amara quasi per nulla, relativamente rotonda di malto e leggermente movimentata dall’uso, molto parco, di spezie. Una birra da bere solo per rispettare la tradizione, senza alcuna necessità di farsene una scorta. Di tutt’altra pasta rispetto, ad esempio, alla ben più caratterizzata ‘t Smisje Halloween, solo per fare un nome “a caso”. Assaggiata in bottiglia da 0,35; alc. 5% vol.;  © Alberto Laschi

4 Responses to “L’americanissima Smuttynose”

  1. INDASTRIA

    come sono buone le smuttynose non avrei parole per dirlo. Pale ale e porter su tutte. Un livello superiore a quasi tutte le americane che hanno varcato l’atlantico.
    Spero siano (ri)distribuite con più costanza.

    La pumpkin ale dove l’hai trovata?

    La postmouth è famigerata per produrre una delle birre più ricercate dai rater D:

  2. Alberto Laschi

    Sono davvero, davvero, ben fatte; anch’io spero che qualche anima buona si metta a portarne un po’ dalle nostre parti (con regolarità); la pumpkin ale l’ho trovata tempo addietro sul beershop on-line dell’Alvinne. Poi … sparite.

  3. Daniele

    Bellissima scoperta questo birrificio grazie per aver condiviso.spero un giorno di poter riuscire a trovarne almeno una bottiglie se non altro per le splendide etichette!!

  4. Aggiornamenti dagli USA | inbirrerya

    […] nell’antico stile delle wheat vine, “riesumato” per prima dalla brewery americana Smuttynose. Accanto alla The Companion, una nuova birra è uscita dagli stabilimenti newyorchesi, la Brooklyn […]

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