Stone Ruination IPA, che dire …

Contravvenendo alla regola del post del Venerdi dedicato al Villaggio, un post “necessario”,dedicato ad una birra che, assaggiandola, (mi) ha la sciato il segno. Un’altra delle birre della Stone Brewing che ha fatto la storia della birra artigianale americana; se il 1997 è stato l’anno di nascita della Arrogant Bastard le, la madre di tutte le strong ales americane, ci sono voluti altri 5 anni per dare alla luce un altro caposaldo della produzione artigianale americana. Era il 2002, infatti, quando Greg Koch & Co. hanno lanciato sul mercato la Ruination IPA, una delle prime e più famose imperial/double IPA made in USA, così chiamata perché la massiccia quantità di luppolo impiegata (columbus & centennial) può senz’altro determinare un effetto “rovinoso” sul palato di chi la sorseggia. Mentre per la Arrogant è stato coniato il motto “an aggressive ale: you probably won’t like and you’re not worthy”, per la Ruination ci sono andati un po’ più leggeri, e l’hanno definita “una poesia liquida alla gloria del luppolo”. “Leggeri” con i termini, ma non con la birra: non tanto per l’abv (solo 7,7% ) ma soprattutto con l’IBU: hanno smesso di contarlo dopo 100, il che fa di questa birra una vera e propria bomba luppolata, non semplicissima da bere, ma che difficilmente ti uscirà dalla testa, tanto da entrare autorevolissimevolmente a far parte della categoria delle memorabilia. Non si fa scordare non perchè abbia qualcosa  di nuovo/insolito rispetto alle altre birre di questa particolare ed estrema tipologia, ma perché il suo profilo complessivo e l’effetto finale la rendono davvero quasi unica. La Ruination è una birra “macha”, nel vero senso della parola; prendendo a prestito un altro termine tipico di ben altri contesti, la si può definire davvero una birra hardcore, con tutto ciò che questo comporta. Avvertenza essenziale: astenersi se non patiti di luppolo e di luppolature hard: potrebbe “sdegnare”, tanto è forte e non mediata  la carica amaricante di questa IPA “spinta”. Se poi invece si vuole raccogliere la sfida, ci si troverà di fronte ad una bellissima bionda, arricchita da alcune sfumature aranciate, con una testa di schiuma che sta su all’infinito e che “stordisce” tanto è ricca di aromi. Un aroma sapido, quasi solido, al limite dello saturazione: tutto il luppolo che c’è dentro questa birra ti aggredisce al naso (per poi allagare il palato). E ti regala tutte quelle note tipiche del luppolo made in USA: resina, agrumi (pompelmo, cedro, mandarino) e un che di “minerale” che la rende ancor più aggressiva. Il palato, ovviamente, non viene risparmiato, ma è quello che uno cerca, quando si avvicina a birre di questo tipo. Dopo una prima idea di caramello, tutti i dubbi spariscono, e il luppolo morde anche il palato con la sua forza amaricante: non lascia né tregua né dubbi, è la botta di amaro che ci voleva e che ci si aspettava, questa volta più “pinosa” e resinosa che agrumata. Una pigna, davvero, ma non una mappazza. Amara è amara, ma ha un suo (perfetto) equilibrio interno, oltre che una coerenza indiscutibile; finisce come era iniziata, in un mare di luppolo. Agitato, ma affascinante. Assaggiata in bottiglia da 66 cl.; alc. 7,7% vol.; © Alberto Laschi

Saluto la compagnia per un paio o tre settimane; fino al 25 agosto aggiornamenti sporadici del blog, “mirati” al Villaggio. Buone ferie a tutti, e buone bevute.

2 Responses to “Stone Ruination IPA, che dire …”

  1. INDASTRIA

    conordo decisamente con la recensione. Una delle birre al palato più devastanti che ho mai bevuto. ma nonostante questo trovo che il suo amaro sia molto più riuscito e classico di tante altre mappazze e pigne scandinave che tentano di copiare i “mostri” americani. Personalmente ne berrei a litri

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