Stone Sublimely Self Righteous Ale e l’IPA DAY

Lo scorso 4 agosto è stato il giorno nel quale, chi ha voluto, ha celebrato, con una bevuta (o una serie di bevute) ad hoc, uno degli stili più iconici della produzione birraria artigianale americana: era il giorno dell’International #IPA Day. Nelle IPA, ultimamente, ci farei anche il bagno (oltre che berle, ovviamente), e nell’occasione mi sono stappato una birra stratosfericamente adeguata all’evento: manco a dirlo, della scuderia della Stone Brewing (dato che se ne parlava appena ieri l’altro …)

Una birra da autocelebrazione dichiarata: “guardate e assaggiate quanto siamo bravi a fare birra!” è il messaggio, per nulla sotteso, che ha accompagnato nel 2007 la creazione (in occasione dell’ 11° anniversario dell’apertura del birrificio americano) e nel 2009 la successiva, definitiva commercializzazione di questa stupefacente black ipa degli Stone ( alcuni la interpretano come una imperial black pale ale). Una birra giustamente ipocrita, un’ opera d’arte, una straordinaria creazione celeste, una birra fascinosa: questi i “misurati” attributi che i produttori hanno usato per descrivere questo loro prodotto, una imperial per struttura e consistenza, dall’abv consistente (8,7%) e dall’altrettanto consistente uso di luppoli (chinook, simcoe e amarillo), che genera un IBU finale di 90. Lo dico subito: avercene!!! E’ che si trova con molta difficoltà dalle nostre parti, e una bottiglia (stupenda anch’essa nella sua serigrafatura), quando capita, è sempre un evento. Godibilissima la parziale indeterminatezza dell’inquadramento tipologico di questa birra, splendidamente a cavallo fra una maltatura caramellata e parzialmente tostata (che la accosta parzialmente ad una APA) e una luppolatura imponente che invece la farebbe entrare a pieno diritto nella grande famiglia delle IPA (inquadramento per il quale personalmente propendo). E’ scura, davvero scura, nera, con alcuni riflessi rosso rubino che si possono apprezzare quando la si mette direttamente davanti alla luce, e con tre dita di schiuma soffice e cremosa, color moka (anche se meno scura di quella di una stout). L’aroma sprigiona e diffonde una tonnellata di luppolo: luppolo fresco e pungente (come quando si apre una di quelle splendide confezioni sottovuoto di luppolo fresco), pompelmo, buccia d’arance, resina a balle, e un sottofondo (relativamente lontano) di tostatura ed affumicatura, che completa lo spettro olfattivo di questa birra. In bocca è quasi “solida”, comunque consistente, impegnativa senza essere però scortese: la struttura è maltata, con delle note affumicate e cioccolatose che ricordano un po’ quelle delle stout e delle porter, ma l’evoluzione è indiscutibilmente luppolata. Questa volta meno fresca e pungente rispetto all’aroma, più spostata sulle note agrumate e di pompelmo, calda di alcool e relativamente ammorbidita dal malto (tostato). Meno astringente della Ruination, della quale ricalca solo in parte il finale luppolato, in questo caso meno asciutto e rinfrescante; risaltano, nella Stone Sublimely Self Righteous Ale più le note affumicate ( pur sempre balsamiche) di un luppolo “trattato” e arditamente mescolato ad una forte tessitura maltata. Ci hanno studiato, ci si sono impegnati a fondo su questa birra, quelli della Stone Brewing, e il risultato finale è davvero splendido: una birra perfetta per accompagnare carne e pesce alla brace, ma anche per sostenere un dopocena in solitaria o in compagnia. Meglio in solitaria, se ne arriva una bottiglia ogni morte di papa; difficile condividerla, in questa situazione di assoluta penuria (fino a quando le cose, qui in Europa, non cambieranno). Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 8,7% vol.; © Alberto Laschi

Se uno poi volesse dare un’occhiata (molto più approfondita) alla storia di questa tipologia birraria, imperdibile la serie di posts del meticolosissimo Martyn Cornell, che ripercorre tutte le tappe produttive e storiche di questo stile birraio, incluso il post più recente nel quale si “diverte” a smontare alcuni inesattezze che da sempre (a sentir lui) circolano  su queste birre. Che non furono “inventate” da Georg Hodgson di Bow (East London), che però fu il più famoso esportatore in India di queste birre; che nascono come Pale Ale prepared for the India market ; che vengono registrate solo nel 1835 come East India PAle Ale ma che viaggiavano alla volta di quel paese già dal 1780, e non per dissetare le truppe (che preferivano di gran lunga le amate porter) ma per la classe dirigente “in trasferta” da quelle parti; che erano si luppolate più della media, ma non più alcoliche della media (erano sui 6°, 6,5°); e che non ci fu nessun naufragio sulle coste scozzesi che permise agli inglesi di scoprire queste pale ale. Le birre erano “regolarmente” in vendita a Londra fin dal  1822, anche se il boom delle vendite inizò dal 1841, anno dell’inaugurazione della ferrovia che univa Burton on Trent (la mecca produttiva birraria del periodo) con il resto dell’Inghilterra. Zythophile: una miniera, davvero.

One Response to “Stone Sublimely Self Righteous Ale e l’IPA DAY”

  1. 13th

    Amber, Gold & Black di Cornell, anche se un po’ faticoso da leggere (non scorre leggerissimo) e’ davvero una miniera di informazioni!

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