I venerdi del Villaggio #5

Riprendono i post del venerdi “dedicati” ad alcune delle birre che saranno presenti al prossimo Villaggio; riprendono per poco, visto che con questo, mancano solo due venerdi all’apertura delle danze, con la sera del 9 settembre, quella del pre-festival, tutta riservata alle luppolatissime belghe per un interessantissimo Hoppy Hour.

E’ la volta delle birre di Foglie d’Erba, il “giovane” birrificio friulano (aperto dal 2008), guidato da Gino Perissutti, quello che fa le proprie birre al gusto di bosco, aromatizzandole, oltre che con i soliti luppoli e malti, anche con aghi di pino e gemme di pino mugo. Sono le uniche birre, in giro per il mondo, con aggiunta di prodotti forestali non legnosi, e sono le prime birre italiane certificate secondo lo schema internazionale PFEC (Programme for the endorsement of forest certification schemes), in quanto prevedono l’utilizzo di elementi (resine, aghi di pino) provenienti da boschi “virtuosi”, in quanto “custoditi” in maniera eco-sostenibile. E, come valore aggiunto, il birrificio di Forni di Sopra è anche azienda certificata AQA, bollino di qualità rilasciato dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele All’Adige (ex Istituto Agrario), prestigioso istituto di ricerca e didattica e riconosciuto  Organismo di Certificazione e Agenzia per la Garanzia della Qualità in Agricoltura. Se poi, oltre a tutto questo. ci si mette anche il fatto che Gino e il proprio birrificio sono associati American Brewers, allora c’è davvero tanta carne al fuoco, o meglio, tanta birra in pentola che non può non attirare curiosità.

E riconoscimenti: la Babél infatti, nell’ultima edizione del Premio Unionbirrai è risultata Birra dell’anno 2011 nella categoria Birre luppolate di ispirazione angloamericana. Da questa ho cominciato il tour degustativo, questa ci sarà al Villaggio, addirittura in tre versioni: brassata con lievito belga, con lievito inglese e con lievito americano. Tanta “roba” dentro: orzo, avena, frumento “normale” e frumento torrefatto, malti caramello, luppoli (in fiori e pellet) Cascade, Simcoe, Amarillo, Citra, Herkules, Tettnanger (usati per Bollitura, Hop-Back e Dry-Hopping in due fasi), rifermentata in bottiglia con zucchero di canna integrale filippino Mascobado (da Circuito Equo e Solidale). 40 IBU e 4,8% abv, per una birra che, lo dico subito, farà concorrenza alla Blond di Extraomnes per il ruolo di “birra della sete”. E’ davvero la birra di ogni giorno, quella che vorresti  trovarti sulla tavola tutti i giorni: rinfrescante, equilibrata, “educata”, quella che riberresti sempre e comunque. Amaricante, con tutta la cornucopia dei sentori/sapori che i luppoli americani si portano sempre con sè (pompelmo, mandarino, pino, frutta tropicale), ma anche rotonda e avvolgente, con i malti che non battono in ritirata ma che tengono botta fino in fondo, regalandole l’equilibrio quasi perfetto. Ingannevolmente watery, “liquida” ma non sciacquona, ha carattere e personalità ben definiti, che veleggiano con leggerezza in questo corpo rotondo e beverino, asciutto e fruttato fino all’ultimo sorso. Ha una carbonazione che invoglia, la schiuma densa e cremosa come piace a me (e come deve essere …), il colore oro antico/albicocca che la ingentilisce e un naso spaziale. Difficile chiedere di più a questa APA, curioso di assaggiarla on tap, e nelle sue tre diverse versioni. In bottiglia, fra l’altro, esiste anche un’ulteriore versione “single hopped“, con una miscela di luppoli chiamata falconer’s flight, tipica del North-West Pacific americano.

Forni di Sopra, Udine, Ohio (o California). E’ la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi sono bevuto la Hopfelia, la imperial ipa di Foglie d’Erba. Se staccavo l’etichetta prima di berla, era facile poterla pensare come una dei classici, ottimi esempi di ipa “spinte” made in USA (mi sono venuti in automatico alcuni flash di collegamento con Hoppin’ frog, Southern Tier, Port Brewing). Quasi tutti gli stessi malti della Babél, questa volta non sei, ma ben otto luppoli (Simcoe, Columbus, Centennial, Citra, Amarillo, Cascade, Herkules, Tettnanger) con aggiunta di resina di pino mugo certificata PFEC; si sale con gli IBU (70), e con la gradazione alcolica (il sito del birrificio “dice” 7,5% abv, sulla bottiglia c’è 6,8% abv, confermato da Microbirrifici.org, Ratebeer dice 6,4% ). L’importante è intendersi … comunque si sale. Una birra volutamente (forse) “inelegante”: diretta e ruvida, una ruspante ipa west coast style senza infingimenti, terrosa, resinosa, erbacea. Ma che svetta per la sua carica frescheggiante e per il corretto rapporto amarezza/sapidità/beverinità. Watery fino ad un certo punto, si ri-posa al momento giusto, quello di sedimentarsi prima di correre il rischio di farsi dimenticare troppo in fretta. Color albicocca, schiuma abbondante (forse anche troppo), non solida ma persistente, aroma nettamente resinoso e muschiato, fresco e penetrante, balsamico. I malti restano fra le quinte, sia all’aroma che al palato, nettamente rastrellato, quest’ultimo, da un’ottima carica amaricante: non inutili, ma nettamente secondari, i malti. Lascia bocca e naso puliti e freschi, rinvigoriti dalle perduranti note balsamiche. A trovarle un difetto, nell’ Hopfelia la carbonazione, che tanto invoglia alla beva all’inizio, tende ad attenuarsi un po’ troppo rapidamente. Ma c’è tanto di tutto il resto … La California al prossimo Villaggio, e senza la necessità di attraversare l’Oceano!

One Response to “I venerdi del Villaggio #5”

  1. Songs from the wood | inbirrerya

    […] seminato quelle scintille di fantasia innovativa che pochi come lui in Italia hanno; l’uso, come nella Hopfelia, della resina di pino mugo mi è sembrato ancorra una volta davvero geniale, e non fuori luogo. […]

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