Tenute Collesi e le birre 1970

Apecchio, nell’entroterra marchigiano, ci si è messa di buzzo buono per diventare un centro significativo della produzione birraria  in Italia. Merito soprattutto dell’ acqua del Monte Nerone, ottima per le sue caratteristiche organolettiche e molto adatta per la birrificazione, “sfruttata” a livello produttivo sia dal birrificio Amarcord (non proprio artigianale …) che vi ha trasferito qui da Rimini, sua sede originaria nel 1996, i propri stabilimenti produttivi, e dalla “sezione birra” delle Tenute Collesi, già molto conosciute ed apprezzate per le loro grappe e distillati. Apecchio, 2100 abitanti, provincia di Pesaro, e un progetto ambizioso, che verrà presentato ufficialmente e nella sua interezza il prossimo 17 Settembre, progetto che ha già un nome e un portale sul web: Apecchio città della birra, sul quale la locale amminsitrazione punta moltissimo. Amministrazione nella quale la famiglia Collesi ha avuto nel tempo voce in capitolo: Raniero Collesi è stato, nel 1870, il primo sindaco della cittadina marchigiana. 100 anni dopo nasce Giuseppe Collesi, che, in collaborazione con Roberto Bini, apre nel 2008 la “sezione birra” dell’attività di famiglia, volutamente caratterizzata dall’uso di materie prime locali. Una mano importante gliel’ha data all’inizio (e gliela sta continuando a dare?) Mark Knops, valentissimo mastrobirraio belga, che “cura” la produzione di diversi birrifici in giro per il mondo (si dice che siano 6-8, fra i quali Malheur e il brewpub Domus di Leuven, assieme al birrificio trappista di Achel, del quale ha curato il ri-avvio della produzione). Due sono le linee di prodotti attualmente imbottigliati in quel di Apecchio: la prima è quella delle birre di alta fascia, la ImperAle, declinata in sei varianti da 0,75 tutte ad alta fermentazione (Alter, Ego, Fiat Lux, Ubi, Major, Edizione limitata, questa da 1,5 lt.), l’altra è invece rappresentata dalla linea delle birre 1970, da 0,50, destinata alla GDO e articolata nelle tre tipologie bionda/rossa/ambrata. Per tutte e due vengono utilizzati la pregiatissima acqua sopra menzionata e l’orzo coltivato nei campi di proprietà della famiglia Collesi, dal quale si ricava il malto preparato dal COBI, maltificio regionale marchigiano del quale Giuseppe Collesi è socio e vicepresidente. Solo il luppolo viene da fuori (e presumo anche il lievito/i lieviti), ma i Collesi hanno già impiantato una coltivazione autonoma di luppolo in loco dalla quale molto ci si aspetta. Gli unici dati sulla produzione di Tenute Collesi li ho ricavati dalla Guida alle birre d’Italia ed. 2011 di Slowfood, nella quale si parla di 200.000 bottiglie prodotte nel 2008, per un totale approssimato di 2.000 hl di birra prodotta. Numeri abbastanza significativi, per il panorama birrario italiano, in successiva ascesa, direi, visto che le birre marchigiane si cominciano a trovare un po’ più spesso in giro, segno di un progetto birrario/commerciale che comincia a “girare”. E gira anche la sezione/GDO a quanto pare, visto che alla Conad dalle mie parti ho potuto acquistare due delle birre della linea 1970, da 0,50, entrambe prezzate € 3,98. Le ho assaggiate con curiosità, visto che mi era già capitato di assaggiare (abbastanza velocemente e senza la necessaria attenzione) la Ubi, la rossa della linea ImperAle, della quale conservavo comunque un buon ricordo. Nota a margine: non si trova una sola pagina sul web, non dico sul sito della casa, ma dell’intero web (anche Ratebeer non aiuta, in questo caso), nella quale si parli di queste birre. Potenza della capacità comunicativa dei birrifici italiani … A meno che tutte e tre non siano la rietichettatura sotto altro nome di tre delle birre “maggiori” (la gradazione alcolica corrisponderebbe anche …); e allora complimenti vivissimi, visto che già la Alter e la Ego sono disponibili anche nel formato 0,50. Tutto questo per non confondere le idee al consumatore …

Passando alle due birre assaggiate, la Bionda e la Ambrata, migliore la seconda, rispetto alla Bionda. L’Ambrata regala un valido sentore fruttato di lievito belgian style, unito ad una leggera annotazione terragna, con un grande cappello di schiuma, persistente e pertinace. C’è da lavorare ancora un po’ sul colore/filtrazione della birra, che si presenta, a sversatura terminata, con un non proprio accattivante colore grigio/marrone alquanto torbido. Birra, in definitiva, dalla buona tenuta generale, non banale nè “inutile”, robusta (anche un filino di troppo …), solida e dalla buona personalità. Un po’ meno svettante è la Bionda, una golden ale, che però assolve in pieno ad una funzione essenziale, parlando di birra: quella di essere davvero dissetante. Lo fa grazie ad un buon equilibrio generale, ad una caratterizzazione watery abbastanza ben riuscita  e ad una asciuttezza luppolata made in Europa, e ad una nota citrica non so quanto voluta/cercata. Non mantiene a lungo quello che promette, nel senso che svanisce abbastanza presto in bocca, penalizzata anche da una frizzantezza un po’ troppo marcata.  7,5% abv per la prima (come la Fiat Lux), 6% abv per la seconda (gli stessi gradi della Alter e della Ego): per la precisione.

4 Responses to “Tenute Collesi e le birre 1970”

  1. Maltis

    Pressato dal mio Barman di fiducia , decido di assaggiarne una, non prima di avere cercato info sul web. Il fatto che il birraio fosse il belga Mark Knops mi aveva caricato di qualche aspettativa, ahimè delusa. Da homebrewer tendo ad essere troppo esigente specie quando si parla di dover sborsare 7 euro per 0,5 l.
    La Bionda ( ricordare i nomi è difficile) si ricorda solo per la sua secchezza caratteristica ( Bayanus? tra l’altro knops è uno dei pochi a padroneggiare il metodo classico applicato alla birra). La Rossa invece ha un buon naso, ma sinceramente un pò poco per competere con i sempre più agguerrriti e preparati birrai della New Wave.

  2. rampollo

    Ma…l’unica volta che ho incrociato questo produttore ero al Panil Day e c’erano le birre di mezzo mondo birrario italiano e a fine pranzo Collesi…ma con la grappa…avra’ un significato, non trovate???

  3. Alberto Laschi

    La cosa che mi lascia perplesso, in questo come in altri casi sempre più frequenti, è la confusione nel range produttivo e la quasi assoluta mancanza di comunicazione. Se io fossi un birraio, la prima cosa che farei è comunicare, con trasparenza: devo poter far sapere ai potenziali clienti chi sono, cosa faccio e come lo faccio. Il fatto che della linea di birre 1970 (pur non malvagia) non ci sia uno straccio di notizia in giro mi mette molto sul chi va là. Sui prezzi poi, purtroppo, è sempre il “solito” discorso: non sai mai chi è che calca di più la mano. Se la medesima birra costa fra i 3,98€ e i 7€, allora proprio non ci siamo. Io ho trovato le birre della loro linea ImperAle alla bellezza di 13€ ciascuna, in un bar “sciccoso”: mi sembra una vera follia, tenendo conto anche del fatto che Tenute Collesi nasce e si fa conoscere (come ricorda Rampollo) più come distillatore che come birraio.

  4. Maltis

    Ho controllato proprio stasera. Le due birre da me assaggiate fanno parte della linea Imperale ( rispettivante quella cn l’etichetta giallo chiaro e quella con l’etichetta rossa) hanno anche l’etichetta nera, ma a quel prezzo preferisco un bicchiere di Rosso del Conte di Tasca D’Almerita : D

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