Sulla giostra di Great Divide

Un giro sulla giostra della Great Divide, la brewery del Colorado che ha scritto tante belle pagine, con i suoi prodotti, nel libro della storia della birra artigianale americana di questi ultimi 30 anni (la Great Divide ha aperto i battenti nel 1994). Un bel giro, reso possibile dall’ampio portfolio birrario della brewery (già descritte su questo blog la Titan IPA, la Hibernation Ale e la Yeti Imperial Stout Oak Aged) la  per fortuna un po’ più “testabile” (qui in Italia) rispetto a tantissimi altri birrifici artigianali americani, i cui prodotti sono spesso introvabili dalle nostre parti. Quattro birre, divise in gruppi di due per due motivi: il primo è che due di queste (Hercules Double IPA e Denver Pale Ale) le ho bevute volutamente dopo la loro data di scadenza, le altre due (Yeti Imperial Stout e Smoked Baltic Porter) invece no; il secondo è che le ho divise per stili, raggruppando gli assaggi in due session, quella dedicata alle birre american style (più o meno luppolate) e quella dedicata alle due più european style, se si guarda alla provenienza storica dei due stili di riferimento (stout e baltic porter).

Le due “americane d’America”. Innanzitutto, contrariamente alle mie aspettative, ha retto meglio “l’usura del tempo” la  double IPA (la Hercules) che la English pale ale (la Denver Pale Ale): sempre fresca e luppolata la prima, un po’ “slavatina” la seconda, la cui consistenza si è rivelata più “critica” rispetto alla prima. Gran birra la Hercules, 10% di abv e 85 IBU su di un sontuoso piedistallo maltato, ricca, meglio, ricchissima di una vera e propria voragine di luppoli, che regalano a questa ambratona d’America il  miglior spettro olfattivo/gustativo. Pino, resina, agrumi, pompelmo, la giusta dose di alcool, un leggero malto sciropposo su lingua e palato, una sensazione “gustosa”, oltre che fresca, che una carbonazione col silenziatore rende fruibile al massimo. Ingannevolmente beverina, perfidamente ruffiana, ti costringe a berla (quasi) tutto d’un fiato, salvo poi presentarti il conto (alcolico) alla fine. Tutt’altra storia per la Denver Pale Ale, (5,4% abv) prodotto storico del birrificio americano, conosciuta da tutti come DPA, pluripremiata nei vari concorsi mondiali. Premetto che non mi è mai capitato di assaggiarla in condizioni “normali”, cioè prima della sua scadenza naturale; la bottiglia assaggiata era scaduta da sei mesi. Abbastanza deludente nell’insieme, con una luppolaura davvero esausta che non riusciva a tirarsi su, ingabbiata da una consistenza maltosa più che opprimente. Sentori abbastanza polverosi di cantina/soffitta, un che di erbaceo abbastanza avvertibile ed una frizzantezza ridotta ai minimi termini, per una birra dal finale comunque asciutto e pulito. La sospensione del giudizio è d’obbligo, fino al momento di poter mettere le mani su di una DPA “normale”, in quanto a scadenza.

Le due birre “americane d’Europa” invece: la Yeti Imperial stout con i suoi 75 IBU e il suo abv di 9,5% si rivela fin da subito birra importante o, come qualcuno l’ha definita, una birra grossa come un Hammer. Una birra che si fa esplorare con impegno, e che ti sfida a finirla, in tempi congrui, ovviamente. Nera come l’olio del motore, regala amarezza bruciaticcia di malto, cioccolato e caffè torrefatti dalla prima “annusata” all’ultima sorsata, che si rivela sorprendentemente resinosa. Perchè qui il luppolo (massicciamente impiegato) fa davvero un ottimo lavoro, rendendo questa birra (seppur rotonda e consistente) meno carnosa del temuto, alleggerendone beva e finale, davvero asciutto e pulito. Un bella iniezione di caffè, ma di quelle che non stancano, per freschezza e pulizia finale. Va giù molto meglio della sorella barricata, parola d’onore.La Smoked Baltic Porter ripropone in scala quello che la Yeti regala esponenzialemnte. “Solo” 6,2 gradi alcolici, una affumicatura un po’ più pronunciata dovuta all’uso dei malti di Bamberga, caffè (polveroso) e cioccolato (leggermente bruciacchiato) ben calibrati, luppoli teutonici meno ricchi e fantasiosi di quelli impiegati per la Yeti, ma egualmente efficaci, relativamente all’ esito finale. Più svelta nella beva, leggermente più sinuosa, effettivamente più delicata della Yeti, alla quale non vuole sicuramente fare il verso, ma con la quale condivide un pezzetto di storia e tecnica birraria secolari.

2 Responses to “Sulla giostra di Great Divide”

  1. Alberto M.

    Concordo pienamente, Hercules e Yeti sono splendide!!

  2. Bruno

    La Yeti è un favoloso impegno cui mi sottopongo di tanto in tanto. Massima soddisfazione quando arrivi in fondo – ogni volta un’esperienza ! Spettacolare.

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