Sierra Nevada Southern Emisphere Harvest

Il range produttivo della Sierra Nevada è pressoché sterminato: aggiunte quasi mensili di nuovi prodotti sono quasi la norma, soprattutto per la produzione on tap, tanto che è davvero difficile tenerne il conto senza perdere il filo. Altrettanto enormi e (non solo se raffrontati con quelli dei birrifici artigianali nostrani) sono i volumi produttivi della brewery californiana di Chico, che ha iniziato la propria attività nel 1979, sotto la guida di Ken Grossman e Paul Camusi. Nel contesto del portfolio produttivo della Sierra Nevada è però da tenere d’occhio la “sezione” Harvest, iniziata nel 1996 con la Northern Hemisphere Harvest Wet Hop Ale, per la bella idea che le sta alla base. Queste birre, infatti, sono prodotte utilizzando unicamente luppolo fresco e/o freschissimo, appena raccolto. Se per la prima birra questo non è stato un grosso problema tecnico/organizzativo, per la seconda invece c’è voluta una organizzazione un po’ più complessa. Per la Northern Hemisphere, infatti vengono usati luppoli Cascade e Centennial raccolti (in autunno) nella Yakima Valley (Eastern Washington) nello stesso giorno in cui la birra viene prodotta. Vengono poi caricati su di un aereo e portati a Chico, dove, una volta arrivati, vengono gettati direttamente nel pentolone, quando il luppolo è ancora nel pieno possesso delle proprie capacità amaricanti. Per la Southern Hemisphere Harvest le cose si sono fatte un po’ più complicate: il luppolo infatti viene fatto arrivare dall’altra parte del mondo, e ci mette un po’ di più a giungere a destinazione. Siamo, questa volta, nel pieno dell’autunno australe, la nostra primavera, in Nuova Zelanda, dove si raccolgono luppoli Motueka, Southern cross e Pacific Hallertau: anche in questo caso si impacchettano ben bene, si caricano su di un aereo e si fanno arrivare (nel giro di una settimana) a Chico, dove poi si impiegano per brassare questa birra “primaverile”. Complice l’insolito formato (poco più di 70 cl.) è birra che in solitaria richiede un po’ di tempo e calma. Relativamente poco alcolica (6,7% vol. alc.), ricca di una amarezza sottile, si porta dietro un IBU non banale (66) e un carattere luppolato difficilmente confondibile, con la sua luppolatura a strati. Poi, a starci un po’ più attenti, ci si accorge anche della buona impalcatura maltata che la sorregge e ne mitiga in parte l’esuberante carattere luppolato; ma se la richiami alla mente, dopo averla bevuta, ti viene da ricordare un solo termine, luppolo. Ambrata, leggermente velata, con una schiuma fine e abbastanza consistente/persistente, ha corpo relativamente robusto e frizzantezza non accentuata. E’ “pinosa” all’aroma, ma non “pinata”, cioè non straborda mai nella sezione “mappazza”, anche se è innegabile (e inconfondibile) l’uso corposo dei luppoli, che proprio perché “freschi” sono al top del loro potere amaricante. Non è assolutamente astringente al palato: è amara, ma di un amarezza diffusa, che non lega e/o allega, cattura la lingua ma non la esacerba. Questa amarezza diffusa e un pochino “sfacciata” accompagna la bevuta fino alla fine, regalando un finale amaro, resinoso e vagamente erbaceo. Fresca e rinfrescante, raffinata senza essere complicata. Assaggiata in bottiglia; alc. 6,7% vol.; © Alberto Laschi

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