La birra al Villaggio (seconda parte)

Secondo spezzone degustativo, che parte dal “personaggio” Tilquin. Che non abbia un carattere facilissimo lo sanno molto bene quelli di Cantillon (si dice in giro …), e anche al Villaggio il suo modo di fare ha colpito più di uno per la sua apparente (o sostanziale) ruvidezza. Dopo 6 anni di Villaggio mi sento di poterlo, almeno in parte, “scusare”, o meglio, capire. I belgi sono persone con un carattere particolare; un po’ più solare quello dei valloni, più rustico quello dei fiamminghi, e anche se sembrano impermeabili all’ambiente esterno, hanno una naturale ritrosia che li mette un po’ sulla difensiva. Tilquin era al suo primo Villaggio, e questo è già tanto: calarsi nella “bolgia” dei due giorni capisco che possa non venire naturale. Loro non sono abituati, dalle loro parti, a tutto questo “contatto” con i partecipanti, che invece è l’anima del “nostro” Villaggio. Per sua stessa ammissione, è rimasto quasi sopraffatto dall’ entusiastico apprezzamento che le sue due birre hanno ricevuto: non so quanto se lo aspettasse. Posso dire che è stato estremamente rispettoso nei nostri confronti, strabuzzando gli occhi tutte le volte (e sono state tante) nelle quali gli ho riempito il frigo di bottiglie, fino a quando gli ho detto che non ne avevo più; stentava a crederci. Perché la Tilquin è stata la birra del beershop, venduta a raffica, nonostante costasse di più delle “sorelle” belghe. Ma è stata anche la birra del Villaggio (o quasi) sia nella versione on draft, più leggera e più “ignorante” di quella in bottiglia, come ti aspetteresti da una gueze, che in quella in bottiglia, più morbida e avvolgente. Posso dire? La mia birra n° 1. Simile, ma diversa, la vicenda De La Senne, per la prima volta al Villaggio. Yvan de Baets già fisicamente sembra un po’ ripiegato su se stesso, sabato mattina poi è andato nel “pallone”: i fusti non li avevamo acquistati da lui (li aveva terminati) e una volta attaccate Taras Boulba e Zinne Bier alle spine, ci ha chiamato un po’ trafelato, “spaventato” dal fatto che le due birre non gli sembravano perfettamente a posto. Le abbiamo assaggiate assieme a lui: parere mio, nessun problema, zero difetti, estrema pulizia, insomma le “solite”, eleganti, perfettine birre di De La Senne. Le ha fatte assaggiare anche ai suoi colleghi, e solo quando anche loro lo hanno guardato un po’ di traverso, dicendogli che erano davvero tutte a posto, si è deciso a lasciarle lì, chiedendo però, per sicurezza, che gli venisse preparato un frigo con la Jambe de Bois, inizialmente non prevista. De Ranke non si discute mai. Punto. Anche perché non c’era niente da discutere: la Guldenberg non è la birra che preferisco, ma XX bitter e Noir De Dottignies stratosferiche; bevuta alla cena di lunedì per accompagnare qualche tonnellata di bistecche alla brace la Noir ha davvero spaccato (come la Bieken, per dire la verità, in ottimissima forma).

Le birre di casa nostra. Sapevamo di aver scelto quattro grandi birrifici italiani, perfettamente in grado di reggere botta con i belgi, ma il risultato finale è andato al di là di tutte le più rosee aspettative. L’anno scorso avevamo avvertito che i tempi erano già maturi non tanto per il sorpasso, ma quanto per l’ avvicinamento decisivo fra Italia e Belgio. Quest’anno è finita davvero 1 a 1, con alcune eccellenze italiane apprezzatissime dai maestri belgi. Non è una classifica e non voglio togliere niente a nessuno, ma Gino di Foglie d’Erba si merita tutti i complimenti (e sono stati tantissimi) che gli sono stati fatti. Babel in tre versioni, tutte e tre paradigmatiche, ricche di una ricchezza fruttata e di una lievità luppolata come poche altre; Songs from the wood che era una crema tosta e amaricante, solida e godibilissima  (al beershop ha replicato l’exploit della Zona Cesarini dell’anno scorso, letteralmente fumata); Hopfelia che è finita troppo presto, ma soprattutto la keller pils, che tanto rumore aveva fatto (in negativo) in altre occasioni da considerare come una delle prime tre birre a bassa fermentazione oggi in Italia. Assaggiata in solitaria e con calma venerdi pomeriggio, prima dell’inizio delle danze, ha davvero lasciato stupiti tutti. Un birrificio dal grandissimo futuro, quello udinese, con un presente già ottimo. Solo la Mia è da rivedere e calibrare un po’ (l’ho già detto a Gino), ma c’è tutto il tempo necessario per farlo, e le relative competenze. Valter Loverier, un signore, la disponibilità e la gentilezza fatta persona, l’amore per il proprio mestiere, la certezza di avere in mano prodotti unici. Da lui ci ho fatto diverse “puntate”: mai tornato scontento, mai con un dubbio, mai con una incertezza. Solo la Dama Brun-a non ho assaggiato: Papessa, Madamin, D’UvaBeer da sogno, la freschezza e l’acidità giusta, la solidità scelta e non subita, l’estrosità mai declinata all’eccesso, geniali ma non istrioniche. Poi, al beershop, ho dovuto spiegare il perchè dei costi così alti, ma in molti hanno comunque deciso di fare l’investimento. Schigi ed Extraomnes, la prima volta al Villaggio da protagonista, la tensione per la singolar tenzone con i maestri ispiratori belgi. Due crucci: ho fallito la Kerst alla spina e mi sono perso (altro errore sesquipedale) la Kerst reserva del laboratorio. Ma Saison (sopra tutte) e Blond da brividi, Zest un po’ meno esplosiva di quanto mi aspettassi. Esame superato a pieni voti. E Moreno. A lungo ho discusso con i detrattori dell’extraluppolo per difendere il superbo taglio amaricante della prima Buskers: è birra nelle corde di Moreno, non è un esperimento da laboratorio, nè una birra che cavalca solo l’onda della moda. E’ birra con carattere e personalità. Amara? Tanto, ma non troppo. C’ho una bottiglia in cantina per un test di conferma, fra un po’. LA5 e La9 perfette, Karkadè che ha fatto furore in cucina (e dalle mie parti) pe ril suo potere delicatamente rinfrescante. T-shirt Buskers davvero azzeccata (ricordo a chi di dovere che “avanzo” una XL …).

La chicca finale è comparsa in un frigo laterale la sera di lunedi: una bottiglia miracolosamente conservatasi intatta della Very Special Belge, l’ultima creazione della Brasserie del La Senne, brassata lo scorso aprile nei nuovi stabilimenti della brasserie in collaborazione con gli americani della Allagash. E’ una ottima belgian ale, con 25 di IBU e 5,2% vol., fedele, come quasi tutte le loro birre, alla filosofia produttiva che non è necessaria una gran quantità di alcool per rendere il gusto di una birra più ricco. E’ bionda, è leggera  e beverina, non un clone delle loro altre birre, ma una birra “very speciale”, belga nell’anima, anche se completata dai luppoli americani Nugget e Centennial. Leggermente citrica, decisamente frizzante, ha note aromatiche e gustative che ricordano un po’ l’ortica; erbacea ma non “vegetale”, passa e pulisce, si fa bere e ribere con grande facilità.

La chicca finale. Ci voleva, per chiudere davvero in bellezza questa splendida sesta edizione del Villaggio di Bibbiano.

5 Responses to “La birra al Villaggio (seconda parte)”

  1. Filippo Garavaglia

    che la titubanza di De La Senne fosse dovuta al nervosismo per il suo primo Villaggio? Spero proprio di sì perché sarebbe un riconferma dell’importanza dell’evento!
    È stato anche il mio primo Villaggio e già penso al prossimo!

  2. Alberto M.

    Avrei finito un fusto di Tilquin da solo…Stratosferica. L’italiani partecipanti si sono pienamente confermati, ci stanno eccome, tutti in piena forma. Era la prima volta che assaggiavo le birre di Valter, sono davvero splendide, peccato come dici te per il prezzo così alto al beershop( immagino che come dici ci sia una ragione precisa e me la posso immaginare), ma almeno una ho voluto prenderla.

  3. Alberto Laschi

    Penso che il bravo Yvan avesse davvero la classica “strizza” del debuttante: il che gli fa davvero onore. Per uno arrivato ai suoi livelli, provare ancora emozione al debutto in un evento birrario non è cosa da poco.
    Le birre di Valter sono davvero un sogn, tutte; non vedo l’ora domani e domani l’altro a Bra di assaggiarle con la dovuta calma, cosa che non ho potuto fare fino in fondo al Villaggio.
    Per quenato riguarda la “questione” prezzi al beershop, ho cercato di spiegarla in questo post su MoBI:
    http://www.movimentobirra.it/forum/forum_posts.asp?TID=4493&PN=8

  4. INDASTRIA

    Va detto che il carattere della birra deriva da moreno ma anche da Mirko e Marco, che andrebbero citati tutti assieme.
    Per quanto riguarda la EoG, sarà che io sono abituato a luppolature da denuncia, ma a me è sembrata luppolata il giusto; esattamente un insieme di 5, 9 e amaro. Un finale lunghissimo, questo sì.
    Probabilmente in un festival di belghe anche per una XX bitter si storce il naso.

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