Ora vi racconto di Cheese

Sono andato in vacanza a Bra. Perché tutte le volte che vado a Cheese (questa è la terza edizione che visito) è davvero vacanza: primo perché il Villaggio è alle spalle e, come già detto in precedenza, “cosa fatta capo ha”. Secondo, perché poter girare per tutto il paese, trasformato per l’occasione in uno sterminato mercato di formaggi, street food, vino e birra, è davvero esperienza rilassante; terzo, come in tutte le vacanze che si rispettino, ho inserito la visita agli amici  nel “pacchetto”. Bra, il quartier generale di Slowfood, la porta delle Langhe, zona a grande vocazione enogastronomica, ogni due anni si trasforma in un mercato a cielo aperto, dove si danno appuntamento centinaia (quest’anno quasi 300) fra produttori di formaggio e affinatori, senza contare i formaggi che fanno parte dei presidi di Slowfood, ai quali è dedicata un’intera via della cittadina piemontese. Per chi non ci fosse mai stato, il paese è diviso in varie zone espositive: la zona del Mercato dei Formaggi (con gli italiani tutti sotto un tendone e gli stranieri dall’altra parte della piazza sotto un altro tendone), la strada dove tutti i Presidi di Slowfood sono messi in fila, l’uno accanto all’altro e la Gran Sala dei Formaggi, dove sono racchiusi i veri e propri prodotti di “nicchia”, specialità difficilmente reperibili e, anche per questo, affannosamente “cacciate”. Il tripudio del colesterolo, verrebbe da dire, ciò che si dovrebbe mangiare con parsimonia esposto e offerto senza limiti e senza freni: perdere il controllo “assaggiatorio” è quasi normale, perché è difficile, per non dire impossibile, sottrarsi all’assaggio di prodotti così buoni e, a volte, così rari. Accanto a questa vera e propria orgia lattiero – casearia, c’è anche l’altro segmento espositivo/degustativo, che rappresenta anch’esso un vero e proprio attentato alla morigeratezza: il settore del mangereccio, dove ci si scapicolla per agguantare la vera pizza verace napoletana, l’autentica focaccia di Recco, le micidiali bombette pugliesi, la saporita piadina romagnola, gli agnolotti del plin, gli gnocchi di patate con fonduta di Castelmagno …  Qualcuno diceva che si può resistere a tutto, fuorchè alle tentazioni: a Bra è stato, per me, proprio così. Quando ti trovi in certi posti non puoi fare né il braccino corto né il salutista ad oltranza: ti ci butti a capofitto e come la va la va. Ho assaggiato un cheddar americano ancor più buono di quello inglese, l’emmenthal quello vero, e non quello propinatoci dalla GDO, una verticale di parmigiano invecchiato dai 18 ai 36 mesi e più, una vera e propria strage di formaggi blu, compresi quelli di capra, da far perdere l’orientamento, la burrata in tutte le sue (fantastiche) forme, pecorini sardi che mi hanno riportato indietro nel tempo, i superbi formaggi francesi e il rusticissimo caciocavallo silano, e un mare di altri prodotti dei quali non ricordo più né nome né regione di appartenenza. Finchè il fegato ha retto. Poi mi son dovuto dare una regolata per non andare in overdose. In tutto questo delirio una grossa mano (o il colpo di grazia) me l’ha dato la birra, ospite fisso (assieme al vino) ormai da anni in tutti gli eventi Slowfood. Quest’anno erano 21 i birrifici presenti nella Piazza della Birra, tutti raccolti sotto un unico tendone (o meglio, quasi tutti ….). E lì ho ri-visto e ri-salutato con calma Moreno e Valter, che solo una settimana fa erano con me a sudare le sette camicie al Villaggio, salutato Allo che incrocio spesso in questi eventi e che mi ha parlato degli interessanti “esperimenti” in atto a Toccalmatto, ho rivisto con piacere gli amici di Maltus Faber, sempre ospitalissimi, i fratelli Cerullo di Amiata, Dano del Troll, Leronardo di Birra del Borgo e molti altri. E non mi sono, ovviamente, limitato ai soli saluti. Ri-testate tutte le birre di Maltus Faber (ottime la Amber e la Imperial, ben rifilate Triple e Brune), assaggiate con più calma D’Uvabeer, Papessa e Dama Brun-a di Loverier (che sogno!), ri-passate un paio birre del Brewfist (very ok), parlato amabilmente con Maurizio Ghidetti (Flibus) di Scarampola e assaggiate le sue birre che mi mancavano (ottime, ma ne riparlerò), e altri vari assaggi in giro. Per finire, un e sperimento particolare e un paio di osservazione sulla birra e Slowfood (o meglio, sulla birra negli eventi di Slowfood).

Non era nella lista ufficiale dei birrifici, e quindi mi ci sono imbattuto solo per “sbaglio”. Pausa Cafè era nella strada dei Presidi, con il suo caffè speciale e le sue birre “carcerate”. Alla spina c’erano tutte quelle che già conoscevo, in più veniva offerta la possibilità di farsi un “giro in giostra” sulle birre acide del birrificio torinese: in carta ce n’erano 5, una porter, la Tosta acida, una gueze, una more (la gueze aromatizzata alle more) e una framboise (la gueze con i lamponi), disponibili (tutte e tre spillate direttamente dalla barrique) solo le tre gueze. Diciamo che sono partito un po’ “prevenuto”, arrivando dal Villaggio dove mi ero stra-fatto delle gueze di Tilquin: devo dire che le gueze assaggiate mi sono sembrate tutte un po’ troppo “piatte” (zero gas, zero schiuma), più vicine al lambic che allo champagne del Belgio. Degne di menzione, comunque (la migliore delle tre la framboise, a parer mio), un esperimento tutto italiano per una tipologia birraria che ha la propria origine e la propria patria d’elezione nel Pajottenland.

Tutte le volte che partecipo ai grandi eventi di Slowfood (Salone del Gusto di Torino, Slowfish di Genova, Cheese di Bra) c’è qualcosa che non mi convince fino in fondo su come Slowfood stesso (che crede davvero tanto sull’artigianalità birraria) “tratta” le birre e i birrai. A Bra: 21 birrifici (e un importatore) nella Piazza delle Birre, Pausa cafè (unico birrificio) lungo la strada dei Presidi, Ales&Co con le sue birre inglesi unico “spacciatore di birre” nel grande tendone dei formaggiai stranieri, Pedavena monopolista con il proprio stand nel cortile dove erano presenti più punti di ristorazione, Zago anch’esso defilato e monopolista in un altro segmento della manifestazione. Sicuramente, penso, i costi d’ingresso non saranno tutti uguali, ma anche gli incassi non saranno simili fra i 21 raggruppati  e gli altri battitori quasi liberi; e poi l’immagine che ne viene fuori non è proprio bellissima, sembra proprio che ci siano i figli e i figliastri …

Dimenticavo: ho assaggiato la Birra Nazionale, la nuova di Baladin, brassata con materie prime tutte made in Italy: 100% di malto pils proveniente da Melfi, due varietà di luppolo Hallertauer (in fiore) coltivate a Cussanio e lo stesso lievito usato per la Elixir. In tutta sincerità, un’altra birra di Baladin  dalla luppolatura (fin troppo) timida. Una sferzata amaricante appena all’inizio della beva e poi una evoluzione decisamente abboccata (molto invadente) con il lievito che la fa da padrone fino alla fine, saturando un po’ troppo le papille gustative. Interessanti il progetto e le motivazioni che ci stanno dietro, meno la concretizzazione birraria degli stessi.

4 Responses to “Ora vi racconto di Cheese”

  1. Alberto Laschi

    Non siamo i soli (due) a pensare questa cosa, non ti preoccupare ….

  2. rampollo

    La prossima volta prendo un appuntamento e , FORSE , posso assaggiarla all’orario che voglio io.
    No comment.

  3. Alberto Laschi

    A me l’ha spillata “lui”, nel teku d’ordinanza; c’ho pensato un po’ prima di restituirlo, perchè pensavo di aver diritto a una sorta di risarcimento. Poi l’ho restituito, ovviamente.

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