La Gemini di Southern Tier

E’ una storia tutta di gemelli. Dev’essere andata (suppergiù) così: dalle parti di Lakewood (la patria delle imperial, ricordate?) c’avevano una bella, bellissima coppia di birre extra luppolate, la Hoppe (una imperial extra pale ale di 8,5% vol.) e la Unearthly (una imperial ipa “ultraterrena” dall’ abv di 9,5%, una birra che si diverte a “scherzare con i misteri dell’universo”). Si son chiesti: e se le mettessimo insieme, nel solito barile, che cosa ne potrebbe uscire fuori? Detto, fatto: si sono organizzati e hanno “partorito” una birra “nuova”, un blend a tutti gli effetti, popolato di luppoli (columbus, chinook, cascade nel bollitore, amarillo per l’aroma, styrian goldings in hop back, amarillo, cascade, centenial, chinook & columbus per il dry hopping) e sostenuto da una imponente batteria di malti (2-row pale malt, malted white wheat, cara-pils malt, red wheat). Gli mancava solo il nome (forse) a quelli della Southern Tier e una “storia” che stesse su per raccontarla, questa birra nata da questo “parto” gemellare: e sono andati a prendere una storia di gemelli, declinata per ben due volte. Gemini (il nome di questa birra) è non solo il nome latino della costellazione dei Gemelli (gemini), quella che contiene un gran numero di stelle doppie, quella della coppia più famosa di stelle, alle quali è stato imposto il nome dei due gemelli  Dioscuri della mitologia greca, Castore e Polluce. Gemini è anche il nome del terzo programma di volo umano nello spazio made in USA, condotto negli anni 1963-1966, il cui scopo era quello di sviluppare le tecniche per i viaggi spaziali, utilizzate poi durante il ben più famoso programma Apollo; Gemini, perché la navicella spaziale poteva portare in orbita un equipaggio composto da due astronauti. E come una navicella, a questa birra è stata assegnata la missione di viaggiare nello “spazio gustativo”, dove portare i passeggeri intenzionati a intraprendere questo viaggio (degustativo).

Sono bravi, quelli della Southern, non solo a brassare birra, ma anche a farci una storia su ciascuna, carraterizzandole anche per differenziazioni linguistico-narrative. La Gemini è stata, per me il primo blend non-lambic che ho bevuto; e come tutte le altre loro birre che ho assaggiato, non è certo una birra timida. Non ho ancora testato le due birre che le hanno dato origine, e quindi non so se questa birra abbia preso il meglio (o il peggio) di entrambi. Di sicuro coniuga, accentuandole (?), due caratteristiche che dovrebbero essere proprie di ciascuna: una luppolatura esuberante e una maltatura a tappeto. Il risultato finale è tosto, non particolarmente convincente, a mio parere, con un netto squilibrio sulla componente maltata che la rendono nettamente alcolica e quasi “solida”. Mi verrebbe da dire che è una imperial ipa con caratteristihe parallele (o gemelle) da barley wine. Il luppolo, che pure è così impiegato, riesce a malapena a contemperare  il piglio caramellato/maltoso dell’impianto di questa birra, la cui spiccata alcolicità (10,5% vol.) non si va certo a nascondere. E’ birra un po’ pesante da bere, la cui parte migliore è senz’altro l’aroma, che ruba davvero la scena, nel quale, oltre alla base “caramellosa”, risalta appieno la stratificazione olfattiva legata all’uso a piene mani dei luppoli. Al palato invece i luppoli non scalciano più di tanto, lasciando che il malto foderi sempre di più tutto lo spazio a disposizione. Una  variazione sul tema, quindi, delle IPA più spinte, una birra quasi dalla doppia faccia, della quale però faccio più fatica del solito a trovarne la sintesi. Sarà per un altro … blend . Assaggiata in bottiglia da 0,66 cl.; alc. 10,5% vol.; © Alberto Laschi

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