Le “altre” birre di Flibus

Non ce l’ho fatta a completare l’assaggio di tutte le birre che vengono dalle parti di Millesimo, a Bra (Flibus non le aveva portate tutte quante), ma, cosa sicurmante più importante, l’ho potuto conoscere di persona, e scambiarci due chiacchere. Maurizio Ghidetti (aka Flibus), mastro birraio di Scarampola, gestore unico del bel progetto birrario che ha preso corpo nel 2008 in alcuni locali della millenaria Abbazia di Santo Stefano, è persona diretta, essenziale, estremamente disponibile, che trasmette in maniera assolutamente non artefatta l’amore per il proprio lavoro e le proprie birre. Poi, fisicamente, conferma senza alcun tentennamento, con la sua figura asciutta e allungata, la definizione che meglio lo descrive, l’ anacoreta della schiuma, coniata da Massimo Acanfora nel suo libro Un’altra birra. Di lui avevo già parlato in un precedente post, come di due delle sue birre (Nivura e N° 8), entrambe appartenenti al segmento produttivo delle birre Scarampola; a Bra ho completato, assaggiando la IPA, il range delle birre-base e, con La Birra del lupo, ho iniziato ad assaggiare il segmento “alto” della produzione di Flibus, quello della Linea Abbazia. Linea di Birre, quest’ultima, che comprende la Birra del Lupo, appunto, Donna Petronilla, Champale e St. Amè, tutte e quattro prodotte con l’acqua minerale naturale delle Terme Vallechiara, nella vicina Mallare, che forniscono al birrificio acqua microbiologicamente pura, proveniente dalla zona di Altare, nelle Alpi Marittime.

Birra alla moda, ma non modaiola, la Ipa ligure, aromatizzata con il pompelmo e brassata con un bel mix di luppoli, che la rendono americaneggiante nella impostazione ma anche autoctona nel suo risultato finale. Non è il “solito” calderone luppolato che stramazza lingua e palato, ma è birra delicata e rinfrescante, decisamente watery, pericolosamente watery, che ben maschera la sua non banale gradazione alcolica (7% vol.) e si fa bere con decisione. Di un biondo ricco e non slavato, ha schiuma fine e persistente, naso ricco ed agrumato (ci sento il cascade), con alcune reminiscenze resinose che ne arricchiscono il profilo. In bocca è fresca e vivace, con il pompelmo che attenua, e nello stesso tempo esalta, le virtù gustative di una luppolatura decisa ma non troppo tenace. Ottimo il bilanciamento fra la struttura morbida e maltata e la vivacità luppolata di questa birra; una bella tipicizzazione italiana di uno stile birrario che viene da lontano. Assaggiata alla spina; alc. 7% vol.; © Alberto Laschi

La Fonte del Lupo si trova nel cuore delle Alpi Liguri, protetta da un bosco di faggi, querce e castagni, 60 ettari di natura incontaminata; l’acqua che sgorga dalla fonte è microbiologicamente pure e viene imbottigliata dalla società Terme Vallechiara così come risale dalla profondità, senza alcun tipo di trattamento. E’ l’elemento base della Birra del Lupo, una golden ale con abv 5%, caratterizzata dall’uso del luppolo neozelandese Nelson Sauvin. Altro esempio, questa birra, dell’attenzione che Flibus pone all’uso (e non abuso) dei luppoli che adesso vanno per la maggiore, con la loro carica di esoticità e novità, ma che si riescono ad apprezzare appieno solo quando non se ne fa un uso smodato. Elegante pur nella sua semplicità, essenziale senza essere scarna, la giusta dose di “estrosità”, in un contesto di ottimo equilibrio. Una session beer, indubbiamente, la cui principale dote è quella di farsi bere con piacere, assolutamente non stucchevole (come invece succede quando si usa il Nelson senza il bilancino). Delicatamente carbonata, moderatamente “tropicale” all’aroma, ha corpo guizzante, carbonazione invitante, la giusta dose di rotondità e scorrevolezza, con un finale delicatamente fruttato. Alla spina è davvero “tanta roba”, con il caldo si fa giustamente desiderare ed esegue perfettamente il compito assegnatole: dissetare (con gusto). Assaggiata alla spina; alc. 5% vol.; © Alberto Laschi

Poi ho fatto un ripassino anche della N° 8, questa volta alla spina: confermo la bontà di questa italian blanche, nella quale il Chinotto di Savona (presidio Slowfood), usato per aromatizzarla, mi sembra ancor più caratterizzante in questa versione in fusto. Anche qui, il regno della freschezza.

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