Rogue, Brutal IPA

Intanto bisogna fare un po’ di pulizia sul nome e sulla “tipologia” di questa birra, una delle birre ultimamente più apprezzate dell’intera produzione di Rogue, che la investe dell’importante ruolo di  birra ufficiale della Nazione Rogue. Il sito della brewery la “qualifica” come una imperial bitter (non mi ero mai imbattuto in una catalogazione simile), brassata con malti e luppoli provenienti dalle coltivazioni “autonome” della stessa Rogue Nation (Pipkin, Maris Otter, Cara Vienna, Cara Wheat, Crystal), oltre al caratteristico lievito Pacman, made, anche questo, in Rogue.  15º PLATO e 59 IBU per questa indian pale ale (così la incasella Ratebeer), dedicata a Justin J. Fisch, direttore del marketing di US Beverage, birra che ha cambiato il nome da non più di un paio d’anni: il suo “primo” nome era infatti Rogue Brutal Bitter. Detto tutto questo, non resta altro da dire che certificare o meno l’esatta corrispondenza fra il nome della birra, quello attuale (Rogue Brutal IPA) e la sostanza della birra stessa. Il nome faceva temere il peggio, visto l’aggettivo usato per rafforzarne l’identità: un’ipa massiccia, temevo, con luppoli esplosivi e/o stordenti, il “solito” attacco luppolario alle papille come spesso in America sono propensi a fare. Niente di tutto ciò: a dispetto del nome, la Brutal è un’ipa “gentile”, educata, deliziosamente luppolata, mai esagerata o eccessiva. Se l’intento era quello di coniugare la tradizione anglosassone del brassare questo tipo di birra con ingredienti made in USA, nel tentativo di non stravolgerne la tipologia, ma solo di caratterizzarla, allora quelli di Rogue ci sono perfettamente riusciti. Ci si arrende facilmente, e volentieri, all’accerchiamento gustativo che questa birra allestisce, un’ IPA con la testa e la memoria storica solidamente anglosassoni, “ringiovanita” e vivacizzata (senza per questo renderla esagitata) dall’impiego misurato e mai troppo sbarazzino del monoluppolo americano. Non sono gli ultimi arrivati, quelli di Rogue, né degli sbarbatelli qualunque, che usano il pentolone e gli ingredienti solo per stupire o per  colpire: ci vanno con la mano leggera e raffinata, quel tanto che basta per dimostrare la piena padronanza della tecnica e dello stile. British nell’uso dei malti, morbidi e mai invasivi, british nell’aroma, molto pulito, nel quale c’è tutto (agrumi e resine, caramello, un filo di erbaceo) ma in quantità modica. Un po’ più americana al palato, con una marcatura più accentuata delle note luppolate, meno europee e più esotiche, con un agrumato/citrico nettamente caratterizzante. Finisce pulita e delicata com’era partita, con più luppolo che malto, leggermente ruvida a fine corsa. Non  stanca, non sei sopraffatto dal berla, il suo abv (6%) l’aiuta nell’abbinare qualità a quantità, che pur non essendo poca (la classica 0,65 cl. splendidamente serigrafata, in perfetto stile Rogue), non è mai troppa. Avercene. Assaggiata in bottiglia da 0,65; alc. 6%  vol.; © Alberto Laschi

One Response to “Rogue, Brutal IPA”

  1. INDASTRIA

    Condivo appieno. Per quanto non abbia gradito particolarmente la brutal IPA né in bottiglia né alla spina, ritengo che la caratteristica principale delle rogue sia proprio la loro “moderazione”. Quindi niente “muscolar” beer alla americana come invece indicherebbero le favolose etichette.

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