Adnams Brewery, e la sua Innovation

Southwold è una piccola città costiera del Suffolk, che si affaccia sul mare del Nord. E’ piccola, non molto popolata, ed è sede, dal 1872, della Adnams Brewery, una delle più antiche birrerie inglesi a conduzione familiare, premiata quest’anno dall’inglese The Good Pub Guide quale Brewery of the Year. La sua collocazione geografica ha fatto sì che la brewery, guidata ancora oggi dai rappresentanti delle due famiglie che l’hanno fondata (Adnams e Loftus), abbia scelto quale slogan, per pubblicizzare le proprie birre, Birra dalla Costa. Ma a Southwold si fa birra da molto prima che gli Adnams cominciassero a produrla: si hanno notizie storiche certe, ad esempio, che nel 1345 Johanna de Corby fu multata dal locale magistrato per avere venduto le proprie birre in boccali anonimi, non recanti il simbolo di chi l’aveva prodotta. George ed Ernest Adnams acquistarono nel 1872  The Sole Bay Brewery di Southwold, costituendo in un secondo momento (nel 1890) la società che porta da allora il nome della propria famiglia; nel 1902 Pierse Loftus e suo fratello Jack entrarono in società con gli Adnams, ed assieme, queste due famiglie, hanno retto le sorti della brewery fino ad oggi. 24 milioni le pinte di birra prodotte annualmente dalla Adnams, con un netta scelta di campo: più cask e meno bottiglie (le cui vendite sono comunque aumentate nello scorso anno del 19%), scelta confermata anche dalla solida opzione commerciale che ha portato la brewery di Southwold a possedere un’articolata rete di pubs (circa un centinaio). Dal 2008 alla produzione di birra si è affiancata anche quella di gin , vodka e whisky, con l’installazione di una vera e propria distilleria interna, l’ultima delle importanti innovazioni che hanno cambiato la faccia alla Adnams a partire dal 2001. Nuovi fermentatori, una sala di cottura (made in Germany, della Huppmann di Bamberga) completamente rivoluzionata, un nuovo centro di distribuzione eco-sostenibile nella vicina Reydon che farà risparmiare il 50% di elettricità e gas (usando la tecnologia  fornita dalla American Lime Technology). Grande l’attenzione che gli inglesi hanno riservato alla eco sostenibilità e al risparmio energetico, tanto da far diventare la Adnams la birreria a più alta efficienza energetica delle Gran Bretagna: impianto per la produzione di gas rinnovabile utilizzando i rifiuti generati dalla produzione della birra, pannelli solari e celle fotovoltaiche sul tetto del nuovo centro di distribuzione, per un risparmio annuo (stimato) di 750 tonnellate di Co2.

Nel 2008, per celebrare “degnamente” la fine dell’imponente opera di ristrutturazione interna, la Adnams lancia sul mercato la Innovation, una APA secondo Ratebeer, una IPA, o meglio, our version of an American IPA (come recita il sito della Adnams). Bottiglia molto cool (fra l’altro prodotta con il 34% in meno di vetro ed interamente riciclabile), disegnata per Adnams da Cookchick, celebrato studio di design; 7.000 bottiglie per la prima limited version, ciascuna con l’etichetta in rilievo. Le bottiglie vanno letteralmente a ruba, grazie anche ad una intelligente operazione di marketing, tanto che nel 2009 decidono di riproporla; poi la birra piace così tanto che entra a far parte della produzione “normale” della brewery inglese. Malti Pale Ale e Wheat, luppoli da Slovenia, Inghliterra e America (Boadicea, Styrian Goldings e Columbus) per questa birra che ha i piedi nel passato (la storia delle indian ales inglesi) e la testa nel presente (l’uso del Columbus che le regala un angolo di New World). Non che sia una birra “scarsa”, o, peggio, “inutile”: è solo un po’ troppo “fighetta”. Grande attenzione ai particolari, packaging davvero ben fatto, label molto ben pensata, ma birra che si giostra un po’ troppo sul “vorrei ma non posso”. Inglese nella parte maltata/biscottata, ma sulla parte “americana”, quella della luppolatura (suppongo) c’è ancora molto lavoro da fare. Nonostante siano tre i luppoli usati, la parte amaricante satura da subito un po’ troppo, senza regalare chissà quale varietà di amaro. C’è un pochino di resina e un po’ di pompelmo al naso (già di per sé non spaziale), che al palato un po’ si confondono con una netta sensazione erbacea, mentre il dolce del caramello si fa riconoscere con fierezza. Robusta la gradazione alcolica (6,7% vol.), quasi assente la schiuma (un punto in meno, per me), bello il colore delicatamente ramato, un po’ troppo veloce il finale. Un bell’esercizio di stile, al quale però si dovrebbe aggiungere una maggiore personalità. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc. 6,7% vol.; © Alberto Laschi

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