Quattro birre dal Nord Europa

Mi faccio guidare da Ratebeer, che anche Mikkel “adopera” ormai ufficialmente come abbecedario per le proprie birre, talmente tante da non riuscire a tenerne il conto e/o ricordarne la tipologia. E Ratebeer, alla voce The American Dream (è questo il nome della birra per il mercato europeo, mentre per quello americano il nome muta in The Danish Dream) recita premium lager, brassata negli stabilimenti belgi della De Proef. Ma lo faccio dopo averla bevuta, e allora davvero capisco che il frenetico brassatore ha messo in piedi un altro dei suoi trucchi: ha fatto in Belgio, con la sua testa danese (o apolide, meglio) una lager/pils luppolata come un’IPA che “gira” quasi come una APA. E ha fatto tutto ciò per un solo scopo, ben preciso: renderla “tracannabile”. Anzi, esageratamente tracannabile. E’, davvero, l’incarnazione del concetto di session beer: la finisci e, compulsivamente, vai a cercarne subito un’altra. Peccato che te ne è rimasta una sola. Si può disquisire sull’esattezza della classificazione, si può discutere sul fatto che sia un po’ troppo luppolata e un po’ troppo poco maltata, ma non si può assolutamente non dire che è la beverinità quasi perfetta. Una dose ricca ma non esagerata di luppoli americani, che lasciano tracce resinose, agrumate, di pomplemo, ananas e pesca nel bouquet e di frutta bianca, ancora agrunmi e resina al palato. Rotonda, spettacolarmente watery, giustamente scarsa di alcool e moderatamente carbonata, avrebbe bisogno, oggettivamente, di un pochino di ossatura maltata in più, ma ha una freschezza e una fragranza che levati! Vado a vedere se riesco ad acchiapparne una cassa . Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 4,6% vol.; © Alberto Laschi

 

Per la Amager Red Nitro c’è da dar conto subito di un piccolo “mistero”: sul sito del birrificio danese, la birra è ancora regolarmente al suo posto fra quelle in produzione, mentre Ratebeer racconta che la birra è stata “ritirata” dagli scaffali. Resterebbe la sola Nitro, la “capostipite” di questa tipologia americaneggiante nel portfolio birrario di Amager, la birra-vetrina che dovrebbe/vorrebbe dimostrare a tutti che questi danesi sono ragazzi che sanno davvero giocare e divertirsi con il luppolo. Tornando alla Red Nitro, se è vero che l’hanno ritirata, allora devo dire proprio “meno male” che me la sono riuscita a bere in tempo. Non è birra imperdibile, ma ha comunque una sua ragion d’essere, nel panorama birrario, corretta, fantasiosa senza essere eccentrica, caratterizzata com’è ovvio (essendo una imperial/double ipa) da un uso abbastanza spregiudicato di luppolo. Fresco, però, o almeno è questa, la freschezza, la sensazione che meglio la descrive. Tanti malti caramellati, una gradazione alcolica importante (8,5% abv), un IBU assolutamente non trascurabile (80+) e un vero “parco giochi” di luppoli, con il Galena che mena la danza. Ha un carattere forte, una personalità spiccata, frizzantezza relativa e schiuma abbondante, un bel tappeto di malto (molto “spesso”) e l’estro dei luppoli che ne sveltiscono e arricchiscono la beva. Non da tracannare, ma da bere fino a saziarsene, con la dovuta calma. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 8,5% vol.; © Alberto Laschi

Dalla Danimarca alla Norvegia il passo non è troppo lungo, anche se, in questo come nel caso del birrificio danese, bisogna prima passare dagli USA.  Imperial Ipa la prima, una “semplice” IPA questa seconda birra, del conosciutissimo birrificio norvegese Nøgne Ø, che si chiama, appunto, Nøgne Ø IPA. Malti Maris Otter, Munich, Caramello, ma, soprattutto, due luppoli canonici da ipa,  Chinook e Cascade, il tutto fatto fermentare da lievito inglese da ale (e la solita, immancabile, acqua di Grimstad, il valore aggiunto di tutte le birre di Nøgne Ø). E’ canonica, questa birra, direi quasi classica, ma non le faccio, dicendo ciò, un complimentissimo. Niente al di sopra delle righe, niente al di sotto, tutto perfettamente nel range: un po’ troppo perfettamente però. Pochi lampi di fantasia, dosi misuratissime di ciascun ingrediente, una sensazione di classicità relativamente povera di fantasia. Una birra senza difetti (bella la schiuma, attraente il colore ambrato, classicamente esotico il naso, rotondo e beverina al palato, “educato” il finale), ma un po’ troppo scolastica: la bevi, l’apprezzi, ma non ti soddisfa fino in fondo. Un po’ più di estro non guasterebbe, in un prodotto, comunque, “a modo”. Assaggiata in bottiglia da 0,50;  alc. 7,5% vol.; © Alberto Laschi

 

Una birra brassata per la prima volta nel 2008, ma che viene dal 2006, per un birrifcio, il danese Beer Here di Christian Skovdal Andersen, che ha visto in questo ultimo anno una vera e propria esplosione produttiva (basta dare un’occhiata alla sezione-birre del sito ufficiale per rendersene conto). Nel 2006, infatti, Christian assaggia ad Helsinki, per la prima volta, una birra luppolata con il solo nelson sauvin, luppolo allora semi sconosciuto; ci mette due anni per pensare e brassare una birra simile a quella assaggiata, che tanto lo aveva colpito. Ha giocato con il malto caramellato, ha mischiato Maris Otter e malto cioccolato, ha aggiunto tutto il Nelson Sauvin necessario per la monoluppolatura, nel tentativo di creare una birra esotica, fresca, fruttata. Il gatto grasso (Fat Cat), a dispetto del nome, è invece smilza e svelta, rotonda quanto basta, watery il desiderabile, esotica il “giusto”: poca schima, abbastanza volatile, poca frizzantezza (strano …), un bell’ambrato con riflessi castani per questa poco alcolica (4,7% abv) amber ale brassata per conto di Christian presso la Herslev Bryghus, uno dei birrifici danesi “di fiducia” di Christian. Se la paragono alla 5 AM Saint di Brewdog (prima maniera), la Fat Cat è perdente: meno personalità, minor impronta gustativa ed aromatica, un uso del nelson sauvin molto più misurato (non ho detto sparagnino …). Ma si fa bere con più semplicità e meno impegno: ne berrei un paio di pinte in più rispetto alla scozzese; ed è un complimento. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 4,7% vol.;  © Alberto Laschi

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