Due “classicone” e due “giovani” americane

“Loro” la definiscono un’ american amber lager, di fatto è una lager vienna. Io le sono stato sempre alla larga perchè, non avendo buttato l’occhio su questa specifica dello stile, pensavo che fosse una delle “solite” lager (stile birrario che frequento il meno possibile). Poi mi è capitata sottomano, poi l’ho aperta e per fortuna l’ho finalmente bevuta. L’errore (mio) è però a monte: mai dubitare di Garrett Oliver, uno che difficilmente fa qualcosa di banale quando si mette dietro ai bollitori. Una signora lager, una lager che appartiene storicamente ad uno degli stili birrari più amati/frquentati dagli americani del XIX secolo (patiti delle birre a bassa fermentazione importate in America dagli immigrati dell’area linguistica germanica). Tanto “fedele” alla storia che la Brooklyn Lager è “la” birra di New York, ancora oggi prodotta seconda la ricetta “giusta”, creata e raffinata nel periodo pre-proibizionista, quando Brooklyn (popolata dagli immigrati tedeschi e austriaci) era la città regina della scena birraria della East Coast americana. 1988, questa la data della prima cotta di questa lager (lo stesso anno in cui Brooklyn Brewery apre), sontuosamente luppolata (Vanguard, Cascade, Hallertau Mittelfrueh)leggermente e delicatamente maltosa (American two-row), radiosamente ambrata, misuratamente carbonica, leggera e decisamente beverina (come deve essere una lager). Un po’ come ha fatto Mikkel con la sua American dream, anche Garrett nella sua lager c’ha messo tanto di America “nuova”, modificandone un po’ la percezione dello stile: luppoli agrumati e resinosi, in bocca una leggera percezione di frutta esotica fanno di questa lager una birra che si accosta un po’ alla filosofia delle APA. Si fa bere decisamente con piacere, non stanca, il bel finale amaro e floreale ne esalta ancora di più freschezza e beverinità. Il calibrato compromesso fra la semplicità, la fantasia e la grande attenzione produttiva. Non sempre c’è bisogno di fare cose complicate per farle buone. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5,2% vol.; © Alberto Laschi

Dalla Est Coast di New York alla West Coast della californiana Chico; da un mostro sacro del presente ad un altro mostro sacro, la Sierra Nevada Brewery, una fra le brewery pionieristiche del movimento birrario artigianle americano (ha aperto i battenti nel 1979). E dopo la Brooklyn Lager, un’altra birra che rappresenta un “classicone” della produzione birraria americana e, allo stesso tempo, della tradizione produttiva mondiale. La Porter di Sierra Nevada è, all’interno dello sterminato range produttivo del birrificio, una di quelle birre che si trovano tutto l’anno; brassata con malti two-row,chocolate, munich e caramello, luppolata con Goldings e Willamette, ha un rispettabile 40 di IBU per un abv di 5,6%. E’ una birra storicamente anglosassone, ma con il carattere americano: meno caffè/cioccolato, più astringenza e pulizia luppolata nel finale rispetto alle birre della madreapatria (storica e stilistica). E’ ottima nella somma delle sue parti: nessuna, da sola, spicca più delle altre. Polvere di cacao/caffè nell’aroma, caffè e liquore al palato, luppolo deciso nel finale, dopo che una carbonazione delicata e pervasiva l’ha già resa malleabile e godibile. Anche in questo caso il “regno” della semplicità, il calibro del mastro birraio messo all’opera con cognizione di causa, per una birra che si avvicina sicuramente più alle mild che alle robustus porter. Classicheggiante. Assaggiata in bottiglia da 0,33 cl.; alc. 5,6% vol.; © Alberto Laschi

GBBF, 3 agosto 2010, Earls Court, Londra: la Smuttynose Big A IPA è proclamata vincitrice del prestigioso Michael Jackson Award (the best American cask ale). Dopo quattro anni dalla sua entrata “stabile” nella rotazione produttiva annuale di Smuttynose è il più prestigioso riconoscimento che questa birra ha raccolto: una vera e propria consacrazione internazionale. Se la merita, davvero, questa imperial ipa la cui ossatura maltata è costituita dal Pale ale e dal Pilsner, mentre sui luppoli si sono davvero sdati. Warrior e Cascade per l’amaro, Horizon Crystal e Centennial (aggiunto ogni 5 minuti negli ultimi 30 minuti di bollitura) per l’aroma, Amarillo, Chinook, Nuggets, Ahtanum e Sterling per il dry hopping: totale, 120 IBU. Penso che si possa parlare davvero di “maschio alfa”, per questa birra, arrogante, sfacciata, stilosa, ingentilita soltanto da una frizzantezza moderata: amareggia lingua e palato, non si arrende nè si arresta finchè non ha finito di mordere con tutti i suoi denti (luppolati). Ricco e intrigante il colore, il “solito” biondo aranciato di questa categoria, fine, cremosa e stabile la schiuma: fantastico il naso, agrumato il giusto, resinoso ma non troppo, finemente erbaceo; esagerato il gusto, con un sapore luppolato fantastico, una solida amarezza, pingue, esaustiva (c’è, nel contesto, anche un pizzico di miele, mi sembra). Che non provoca alcun effetto anestetizzante, ma aiuta la birra, robustamente alcolica (9,7% abv) ad andar giù come dio comanda. Ricorda, molto, la Ruination IPA, anche se, a parer mio, è più raffinata e maggiormente mordace. La summa della buona luppolatura, il manuale del perfetto birraio. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9,7% vol.; © Alberto Laschi

Una birra “impegnativa”, lo dico subito, che esce dai bollitori/fermentatori di Sam Calagione fin dal 1998 (quasi da subito, quindi, visto che la sua avventura produttiva inizia ufficialmente nel 1995): una belgian strong ale, nata dalla domanda che (in quel periodo) gli stessi produttori di Dogfish Head si sono fatti, e cioé che ci posso bere assieme ad una bistecca alla brace? Bisogna che lo dica subito: io non ce la berrei, questa Raison d’Etre, assieme: c’è molto di più adatto in giro. Una birra particolare, brassata con barbabietole da zucchero, lievito belga e uva passa, dall’IBU non molto pronunciato (il sito del birrificio dice 25, su Ratebeer si parla di 36) e dalla caratterizzazione generale molto spostata sull’abboccato. Color tonaca di frate, poca la schiuma, moderata la carbonazione, riempie molto bocca e palato con la sua pastosità maltata, attenuata solo nel finale da una (non decisissima) passata di luppolo che risolleva un po’ le sorti della bevibilità. Vinosa, caramellata, alcolica, con note evidenti di frutta secca e frutta sotto spirito sia all’aroma che al gusto, è birra davvero di spessore: volendo paragonarla ad un vino, lo si legge sul sito della brewery americana, la si potrebbe accostare ad un Bordeaux (del quale in effetti, ricorda, almeno in parte, la complessità). Non la ritengo una delle migliori performance birrarie del birrificio del Delaware, anche se le riconosco una rigorosa coerenza interna. Molto meglio, per la bistecca, alcune dubbel belghe, queste sì vigorosamente asciutte e decisamente tostate. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8% vol.; © Alberto Laschi

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