Tre birre italiane, un po’ in ritardo

Avevo promesso, la scorsa settimana, un’infilata di post dedicati alla sola degustazione; mi è “saltato” quello di venerdi scorso, rimedio adesso con la scheda di tre ottime birre made in Italy.

Se uno volesse fare una serata dedicata ai difetti birrari e/o alle birre difettate, la Terzo Miglio del Birrificio Rurale non potrebbe assolutamente trovarvi posto. Assolutamente. Dirò di più: se uno le cambiasse nome e label, mettendoci sopra qualcosa di direttamente riconducibile al mondo della birra artigianale americana, “spaccherebbe” sicuramente ancora di più. Una APA che non tutti i birrai americani riescono a brassare, prodotta con una bella varietà di luppoli made in USA, tutti agrumati e resinosi, oltre che delicatamente citrici, che non stordiscono nè stancano. Premiata, nella edizione 2010 di Birra dell’Anno con la medaglia d’oro nella categoria Birre ad Alta Fermentazione fra 12 e 16 plato, la piacentina Terzo Miglio è un’altra ottima incarnazione del concetto di session beer: gradazione alcolica moderata senza essere modesta (5,8% vol.), una complessità aromatica ben costruita e non opprimente,  fila via, nella beva, che è un piacere, grazie ad una rotondità spettacolarmente beverina, delicata nella costruzione e nella frizzantezza, deliziosamente ripulente nel finale decisamente asciutto e aggraziato. Difficile chiedere di più ad una birra, che risulta essere “troppo poca” nella sua versione in bottiglia: 0,50 cl. e finirli subito. Da bere a cappellate, andando a cercare ogni volta (nella sicurezza di ri-trovarle) quelle spettacolari note di pomplmo e pino mugo che ne costituiscono il marchio di fabbrica. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc. 5,8% vol.; © Alberto Laschi

Da un premio all’altro, rimanendo sempre nel contesto del medesimo birrificio: è la volta della Catigamatt, sempre del Birrifico Rurale, una black ipa (o cascadian dark ale) che nell’uso sopraffino dei luppoli e nella giusta calibratura dei malti ha un parallelo, in Italia, solo con le birre di Gino, il mastro birraio del friulano Foglie d’Erba. Due ottimi birrifici entrambi, che guardano all’America e al suo modo di produrre artigianale senza scimmiottarli, “ingentilendo” quella mano produttiva, a volte un po’ troppo calcata, con un equilibrio ed una eleganza, mi verrebbe da dire, che possono essere “solo” made in Italy. La Castigamatt è risultata la 1° classificata nella categoria Birre scure, alto grado alcolico, di ispirazione angloamericana nell’edizione di quest’anno del premio Birra del’Anno di Unionbirrai. L’hanno prodotta utilizzando oculatamente una buona quantità di luppolo americano, ottimamente bilanciato/ammorbidito da un’equivalente quantità/qualità di malti, con lo “sfizio” del dry hopping regalato a questa birra da un “attrezzo” made in birrificio Rurale, l’ Hoptimator. E’ fresca, davvero fresca. E non è una di quelle porter luppolate nelle quali a volte capita di “imbattersi” quando si pratica questo stile birrario: il corpo è decisamente, fortunatamente watery, il luppolo è hard ma non troppo, massaggia inizialmente palato e lingua per poi alternarsi con una maltatura solo leggermente affumicata/torrefatta,  fornendo poi un deciso tappeto amaricante nel finale. Bella la schiuma, cremosa e compatta, dark il colore come prescrive lo stile, secca e beverina; un capellino di personalità in più la renderebbe perfetta. Assaggiata in bottiglia da 0,50 cl.; alc. 7,5% vol.; © Alberto Laschi

Una parte del nome le viene dal Brasile: da lì arriva il pepe rosa che Jurij Ferri dell’abruzzese Almond 22 impiega per brassare questa italian version di una americanissima ipa, la Pink IPA. E oltre che col pepe rosa la insaporisce con un blend luppolato molto vivace, animato dal Simcoe, dal Nelson Sauvin e dall’ Hallertau Saphyr. Il risultato finale è una birra dall’asciuttezza alquanto marcata, quasi “bruciante”, dal bel colore albicocca moderatamente velato, dalla gradazione alcolica di 6,2% vol. e dalla bella schiuma, molto compatta e cremosa,  relativamente persistente. Contrariamente a quanto descritto sul sito del birrificio, l’ho trovata alquanto carbonata, con una frizzantezza un po’ sopra le righe, che in parte offusca il bel lavoro dei malti e spinge un po’ troppo in là la sua luppolatura già abbastanza spinta. La parte migliore di questa birra è senz’altro l’aroma, ricco, speziato e decisamente elegante, nel quale la frutta tropicale recita la parte da protagonista, e la piccantezza del pepe, unita a quella del lievito, stuzzica a dovere. In bocca scappa un po’ di più che all’aroma, per riprendersi sul finale, asciutto e prolungato, realtivamente erbaceo e moderatamente “pizzichino”. Il pepe rosa, del resto, che ce l’avrebbe messo a fare, Jurij, se non per vivacizzarla fino alla fine? Nota di demerito per l’etichetta di questa birra, davvero molto, molto brutta. Assaggiata in bottiglia da 0,375; alc. 6,2% vol.; © Alberto Laschi

4 Responses to “Tre birre italiane, un po’ in ritardo”

  1. Patrick Bateman

    Concordo pienamente sulla Terzo Miglio e la Pink IPA. La prima alla spina, poi… ancora meglio. Devo dissentire invece sulla Castigamatt: francamente mi è sembrata un po’ troppo disunita nell’unione tra l’IPA e il “lato oscuro” oltre che troppo, troppo watery (perché fortunatamente?).

  2. Alberto Laschi

    A volte mi è capitato, nel bere alcune black ipa di matriuce americana, di cozzare, in maniera quasi respingente, contro un vero e proprio muro; birre dalla consistenza eccessiva, quasi controproducente, in quanto non mi hanno permesso fino in fondo di apprezzarle per come, magari, avrebbero meritato. Nella Castigamatt, invece, azzeccata, secondo me, la moderata consistenza alcolica e la parallela agilità degustativa, data anche da una snellezza molto watery. E’ vero, un po’ al limite (infatti ho “invocato” un capellino in più di carettere/personalità), ma assolutamente non disdicevole. Non so se l’hai mai bevuta, ma mi hanno parlato molto bene, per rimanree fra le birre italiane di questa categoria, della Due di picche di Menaresta. Ne sai qualcosa?

  3. rampollo

    Mi piacerebbe che Rurale fosse piacentino , ahimè è pavese…. 😉

  4. Alberto Laschi

    sorry, maledetta geografia …

    ma tanto è questione di poco: le province spariranno ….

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