Cigar City Brewing, con la sua Maduro

Joey Redner è la mente, Wayne Wambles il braccio, Tampa (Florida) è il posto. La Cigar City Brewing è “fatta” di questo, 6.600 metri quadri di birreria inaugurati dopo varie peripezie legali e amministrative “solo” nel 2009, 30 gli attuali dipendenti. Dico “solo” perché sono davvero pochissimi due anni per raggiungere il picco di notorietà (e di apprezzamento) che questo giovanissimo birrificio americano può attualmente vantare.  Quarto miglior birrificio al mondo nel 2011 (terzo nel 2010), secondo il  rating di Ratebeer, con 3 sue birre fra le prime 15 al mondo (6 fra le prime 100) e 7 fra le migliori 50 made in USA. Non è davvero poco, in tre anni di attività. Iniziata e finanziata da Joey Redner, nativo di Tampa, che scopre quasi per caso, nel 1994, l’esistenza della birra artigianale, partecipando ad un matrimonio a Portland. Da lì è iniziata la sua strada senza ritorno: dalla curiosità, alla passione, alla professione. Da homebrewer (a partire dal 1994) a proprietario/gestore di pub (lo Yeoman di Davis Island, dal 2002 al 2005), poi venditore per la Dunedin Brewery, poi ancora giornalista birrario per il St. Petersburg Times, infine owner di Cigar City Brewing, aperta anche con i soldi del padre, discusso personaggio di Tampa. Joey, pur immerso fino al collo in questa sua passione, non è stato così arrogante da pensare di poter gestire la produzione da solo: per questo ha coinvolto fin dall’inizio Wayne Wambles, che lavorava in quel periodo alla Foothills Brewing Company di Winston-Salem, North Carolina. Insieme a lui, in questi due anni, Joey ha “messo su”, secondo il sito ufficiale della brewery, 12 birre on draft “regolari”, 5 da 0,33, 3 da 0,75 sempre disponibili, 4 da 0,75 stagionali, 3 “unique series”, 1 special beer; sono invece la bellezza di 160  (!) o giù di lì le loro birre recensite su Ratebeer (e poi si strabuzza gli occhi di fronte alla produzione sterminata di Mikkeller …). La loro filosofia produttiva? Fare della birra sfacciatamente “locale”, inequivocabilmente riconoscibile come birra made in Florida, realizzata da chi ci vive in Florida. Ma non della Florida genericamente intesa: Joey vuole brassare birra che racconti di Tampa, della sua cultura, della sua storia, del suo modo di vivere, dei suoi gusti, della sua tradizione. Che è fatta, per il “bastone di fuoco” (questo il significato del nome della città nella lingua dei pellerossa Calusa), soprattutto di sigari, e della loro produzione, tanto da essere orgogliosamente definita the Cigar Capital of the World. La vicinanza con Cuba l’ha di fatto aiutata in questo: da lì arrivava, fin dalla seconda metà del XIX secolo il tabacco pregiato; sempre a Tampa fu trasferita da Key West la produzione da parte della Ybor, la fabbrica americana allora più importante del settore, i cui titolari costruirono vicino alla fabbrica centinaia di piccole case (che presero il nome, appunto, di Ybor City) per accogliere tutti quegli immigrati (spagnoli e cubani in primis, ma anche italiani) che fecero di questo sobborgo (integratosi successivamente nel tessuto cittadino) il vero epicentro produttivo mondiale dei sigari di qualità. Tornando alle loro birre, quelli di Cigar City Br. le brassano “come piace a loro” (motto ricorrente fra i birrai d’Oltreoceano), usando spesso ingredienti tipici anche della cucina locale, un vero melting pot di tradizioni varie (siciliana, spagnola, portoricana, cubana), con una grande predisposizione all’invecchiamento in botte, e con un range produttivo che “copre” ampiamente tutti o quasi gli stili birrari. Una vera esplosione produttiva, la loro; l’im portante sarebbe  non perdere il filo …

Tampa è la capitale mondiale della produzione di sigari; uno degli scopi dichiarati e perseguiti da “quelli” della Cigar City brewing è fare birra che rappresenti il radicamento sul territorio e l’appartenenza alle tradizioni locali. Non potevo non iniziare la conoscenza delle birre della Florida dalla Maduro,una oatmeal old brown,che ha il sigaro anche nel nome. Maduro è un sigaro della linea produttiva della Cohiba, famosa marca di sigari; “maduro”  (maturo) è anche il termine spagnolo con il quale si definisce il colore (piuttosto scuro) della foglia esterna di tabacco di questi sigari, quando sono “pronti per l’uso”, e cioè maturi. Lo stile di appartenenza dichiarato per questa birra è quello delle brown ale inglesi; per la Maduro americana si adopera anche l’avena, che le conferisce una relativa morbidezza in più. Ma che non ne anestetizza la personalità comunque decisa e poco incline alla diplomazia. Ti “aggredisce” all’inizio della bevuta, molto più arrogante del suo moderato 5,5% abv, con una bella botta di sentori tostati/torrefatti, che lasciano un imprinting decisamente maltato e che fa fatica a stemperarsi. Tanta terrosità, al limite della ruvidezza, polvere di caffè e nocciola, fave di cacao compongono lo spettro gustativo, che si diluisce un po’ nel corso della beva grazie ad una bella sensazione di rotondità e ad una altrettanto bella pulizia luppolata finale. Se ci ripensi, dopo, la affronti con un po’ più di circospezione in più, al secondo sorso: ma la sensazione finale è la stessa, torrefatto/caramello e poi la botta di grande scorrevolezza sul finale. E allora ti convince fino in fondo. Meno scostante al naso, più classica e meno rustica,  bello il colore deep brown, relativamente modesti volume e consistenza della schiuma. Come fare di uno stile classico una bella variante. Associarla ad un bel sigaro è ovviamente … ovvio. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 5,5% vol.; © Alberto Laschi

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