Birrificio Sorrento, e i limoni

Ancor prima di Teo  Musso e di Agostino Arioli, del Lambrate e dell’Officina della Birra, di Beba e Turbacci ci sono stati, a metà degli anni ’80, in Italia, i fratelli Oradini di Torbole sul Garda con il loro birrificio Orabräu (chiuso nel 1994) e Giuseppe (Peppiniello) Esposito a Sorrento, con il birrificio St. Joseph . Sono stati loro i primi a tentare di fare birra artigianale, in Italia, ad un livello che andasse oltre quello del pentolone casalingo. L’inizio del “progetto” di quello che poi diventerà il birrificio  St. Joseph, è nel 1982, e vede coinvolti nel ruolo di protagonisti/finanziatori Gennaro Gargiulo e i fratelli Cappiello che, nei locali dello storico pub locale English Inn,  iniziano a parlare seriamente di come mettere su un’attività di produzione birraria. Per questo costituiscono, nel 1982, la Bi.mi.sud, una società finalizzata all’acquisto di un impianto di piccole dimensioni, sul quale iniziano a produrre artigianalmente birra, la Chichester (dal nome del famoso navigatore inglese), per essere più precisi, un ale inglese. Il progetto funziona, gli orizzonti si allargano, e a quel punto (è il 1985) i Fratelli Cappiello e Gennaro Gargiulo coinvolgono l’amico Giuseppe Esposito che, al ritorno dalla Germania dove era emigrato, aveva portato con sé una caldaia a fiamma diretta, da 60 hl. (quello della foto qui a lato, che mi hanno iviato gli amici Giuseppe e Francesco), una vera e propria enormità per quel tempo: 6.000 lt. a cotta, di birra in stile tedesco, tutta destinata all’infustamento, e servita all’Antico Frantoio di Via Cala 5, a Casarlano. L’avventura del birrificio si conclude a metà degli anni ’90, mentre quella dell’Antico Frantoio prosegue fino al 2001, anno in cui chiuderà definitivamente i battenti. La passione per la birra, a Sorrento, non si esaurisce però con la chiusura del St. Joseph. Ci vuole un po’ di tempo, ma poi si arriva al 7 dicembre 2009, quando apre, per mano di Giuseppe Schisano e Francesco Galano, il Birrifico Sorrento, legato a filo doppio proprio con l’esperienza pregressa del St. Joseph. Giuseppe e Francesco infatti hanno come suocero proprio Gennaro Gargiulo, avendone sposato le due figlie, che riesce a trasmettere ai due generi la stessa passione per il fare la birra che lo aveva portato a coinvolgersi pienamente nell’esperienza pionieristica del St. Joseph. Il Birrificio di Sorrento è attualmente un birrificio/non birrificio  poiché, in mancanza di impianti propri adeguati alla bisogna,  produce le proprie birre su impianti altrui: all’inizio Giuseppe e Francesco brassavano presso l’impianto del Birrifico Karma di Alvignano, adesso è la volta di un altro birrificio campano, il Maneba di Striano. Due le birre attualmente in produzione: la Syrentum, una saison brassata utilizzando bucce dei limoni IGP di Sorrento, e la Minerva, una birra artigianale ambrata, dalla tipologia volutamente “non dichiarata”. Ce ne sarebbe anche una terza, di birre, alla quale i due birrari stanno dando tutto il tempo per maturare nell’invecchiamento, progetto al quale tengono entrambi molto: ma c’è bisogno ancora di un altro po’ di tempo …

Innanzitutto il nome, Syrentum. “Copio/incollo” direttamente dal web: “la leggenda narra che Syrentum , venne alla luce a Sorrento nel XVI secolo in seguito ad un voto fatto dai genitori al Tempio delle Sirene nella Baia di Ieranto. Sposa di un ricco nobile di Sorrento, nel 1558, quando la città fu invasa dai saraceni, molti furono i prigionieri, compresa Syrentum, che durante la sua prigionia apprese le primordiali tecniche per la produzione di una bevanda ottenuta dalla fermentazione di cereali. Al suo ritorno Syrentum offrì in dono questa bevanda al Tempio delle Sirene e trasmise l’arte di produrla ai sorrentini che continuarono ad offrirla alle divinità”. Poi lo stile, di questa birra: una saison. Infine gli ingredienti particolari: anice stellato e bucce di limoni IGP di Sorrento. Non filtrata né pastorizzata, dalla schiuma candida, corposa e persistente, è fresca. Questa è la prima impressione che ti regala: fresca,  di una freschezza citrica, pervasiva, caratterizzante, davvero piacevole. E’ birra che ti disseta, ma lo fa senza faciloneria: il malto c’è e si sente, con una apprezzabile sensazione mielata, che arriva al momento giusto per sostenerla e mantenerla; la luppolatura è discreta, non acre, ripulente quanto basta, amaricante quanto deve. E’ birra di carattere, è birra con carattere, l’evoluzione made in Italy di uno stile, quello delle saison, belga di nascita, e “sorrentino”, in questo caso, di adozione.  Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 5,5% vol. (IBU 35); © Alberto Laschi

Con la loro seconda birra si rimane ancora nel campo del mito: Minerva, come la dea romana della guerra e della saggezza, il corrispettivo latino della greca Atena. Una birra “non dichiarata”, come dicevo prima: l’unica annotazione che la distingue parla di “birra artigianale ambrata”. Il colore, la gradazione (6% abv.) il tipo di maltatura (otto i malti usati, con la prevalenza del Vienna) e la luppolatura asciutta e discreta mi spinge a considerarla una belgian amber ale. Davvero apprezzabile la corretta alternanza fra sapori maltati e luppolatura decisa  e alquanto marcata del finale, buona la percezione di sentori tostati e leggermente affumicati, bello il colore, leggermente scarsa la schiuma. Ha un po’ meno personalità della Syrentum, ma è una bevuta che soddisfa, non stanca  e si fa ricordare. Ha quasi lo stesso IBU (40) della Syrentum (non l’avrei detto), circuisce meno della sorella bionda, è più diretta e meno avvolgente. Sa comunque il fatto suo. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc 6% vol.; © Alberto Laschi

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