Hoppin’ Frog Fresh Frog Raw Hop

La produzione della Hoppin’ Frog, brewery dell’Ohio molto trendy in questo momento, sia negli usa che in Europa, non è assolutamente monotematica o monocorde. Nel suo portfolio ci sono alcune birre che rappresentano una variazione fra le imperial stout (con la B.O.R.I.S. a fare da birra base per tutte e tre), alcune birre stagionali molto diverse fra loro (Christams Ale, Wheat, Double Pumpkin e Turbo Shandy), una bella porter setosa e morbida, una scotch ale “classica” e una american strong ale “anomala”. E poi c’è la “sezione” delle Ipa e dei suoi derivati, declinata in più di una versione. Fino ad adesso avevo potuto assaggiare solo la Mean Manalishi, una imperial/double ipa che molto mi aveva soddisfatto; poi mi è capitato di imbattermi nella loro Fresh Frog Raw Hop. Non affannatevi a cercarla sul sito della brewery: non è riportata attualmente né fra le birre “stabili” né fra quelle stagionali, a dimostrazione del fatto che tutto il mondo  è paese quando si tratta di siti birrari non aggiornati o scarsamente fruibili. Assieme alla Hoppin’ to Heaven IPA, alla Hop Master’s Abbey Belgian-style Double IPA, alla Hop DAM triple Ipa (e alla Mean Manalishi), la Fresh Frog completa il quadro produttivo di questo segmento birrario, molto in voga attualmente ma anche non privo di rischi, produttivamente parlando.

Spesso ci si imbatte in dei veri e propri calderoni luppolati che stramazzano più di quanto non soddisfino, a causa di un uso spesso poco sensato di una quantità smodata di luppoli. La Fresh Frog no. Non stramazza, ma circuisce. “Tecnicamente” è stata arruolata fra le schiere delle Imperial Ipa (anche se sulla label è dichiarata un’ambigua imperial pale ale), ma la non imponente gradazione alcolica (7,8% vol.) e un IBU relativamente contenuto (45) un po’ la fanno dirazzare. Questo parziale discostamento è dovuto, penso, anche all’impiego di ¼ di luppolo fresco sul totale del luppolo usato (Centennial), messo in bollitura appena dopo essere stato raccolto. Nelle intenzioni del birraio, l’impiego di questa percentuale di luppolo “bagnato” avrebbe dovuto conferire alla birra una diversa freschezza, tale da distinguerla da altre birre prodotte in questo stile. E c’è riuscito, a mio parere: Fred Karm ha davvero creato una birra inconfondibilmente luppolata senza per questo darle anche in dote una tonnellata di (inutile) amarezza. Il naso di questa birra ti ci porta davvero nei campi freschi di luppolo, con una intenso aroma erbaceo e delicatamente resinoso che avvolge senza saturare, con la classica nota di frutta tropicale che completa il quadro. Solida la schiuma, bello il colore ambrato, davvero accattivante, non corpacciosa la beva. In bocca è relativamente rotonda, con il caramello che prima avvinghia  e poi cede le armi ad una luppolatura decisa e non esacerbata, che ripropone le caratterizzazioni erbacee/resinose/esotiche dell’aroma. Relativamente delicato il finale, nel quale la luppolatura caratterizza senza stordire, prolungando in maniera davvero elegante e sostenuta la sensazione generale di freschezza e “leggerezza”. Niente male, davvero. Unico appunto: la esagerata lunghezza del nome, caratteristica ormai di tutte le birre targate Hoppin’ Frog:  un vero e proprio vezzo del produttore, a mio giudizio stucchevole. Assaggiata in bottiglia da 0,65; alc. 7,8% vol.; © Alberto Laschi

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