Ermes, la blanche di Pausa Cafè

E’ tenuta su solo dalle spezie, e non certamente dal luppolo che, seppur figurando fra gli ingredienti, è (presumibilmente) usato più come stabilizzatore e conservante della birra, più che nella sua funzione di amaricante. Sto parlando della Ermes di Pausa Cafè, il cui nome non ho ben capito a cosa si riferisca (forse alla divinità greca?); se per altre birre di Pausa il nome era il risultato di un acronimo (T.I.P.A., P.I.L.S.) e per altre un esplicito riferimento alle materie prime utilizzate (Taquamari, Chicca, Martina), la Ermes, a questo riguardo, è un mezzo mistero. Ma non è assolutamente birra misteriosa: esplicita la sua origine, esplicita la sua caratterizzazione, come si legge sulla label. Una birra ispirata alle biere blanche belghe, delle quali è una intrerpretazione non proprio fedelissima, visto che fra le materie prime impiegate non compare il frumento. Altra importante differenziazione è data dall’uso di un lievito innovativo della Anchor e da un uso alchemico di spezie, fra le quali una magica miscela di incensi. Una blanche “provocatoria”, quindi, come molte delle (per me splendide) birre di Andrea Bertola, che, pur ispirate a stili classici, se ne distinguono spesso per le scelte non banali in quanto a materie prime e a processo produttivo, grazie alla genialità del mastro birraio.

Ritorrnando alla Ermes, ti devono piacere (tanto) le spezie, o, almeno, devi essere un appassionato della speziatura birraria perchè questa birra ti possa piacere. E siccome, personalmente, lo sono … la birra mi è decisamente piaciuta. Aggraziata e delicata, si fa posto in punta di piedi, senza nessu tipo di sfrontatezza. Ha una memoria produttiva davvero riconducibile all’Oriente, dove l’incenso aveva un suo uso e una sua funzione sacra (oltre che curativa): è birra diffusamente speziata e, a tratti, dai contorni agrumati, molto floreale e altrettanto fruttata, fin dall’aroma. Il “famoso” lievito speciale si fa rintracciare molto facilmente al naso, al quale si presenta con una connotazione simil belga: la schiuma, all’inizio più spessa, si defila realtivamente alla svelta, il colore è un  biondo molto opalescente, quasi viscoso. La non accentuata frizzantezza e una latenza quasi assoluta della componente amaricante non riescono, fortunatamente, a farla scivolare pericolosamente lungo la china delle birre “dolcioni” e, quindi, difficilmnete potabili. Speziatura e piccantezza lievitosa la salvano alla grande, esaltandone la freschezza di fondo. Un po’ vischiosa al palato, non molto watery, ma tanta fantasia: magari non disseta (come sarebbe lecito attendersi da una blanche), ma apre tanti altri orizzonti gustativi … Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 4,7% vol.; © Alberto Laschi

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