La trimurti romana (parte prima)

Leggendo quanto spesso a Roma ci siano occasioni per bere bene e quanti siano gli eventi così gratificanti a livello birrario, viene fatto subito di pensare (almeno a me che non abito da quelle parti): “ma perché non ci vivo, lì, a Roma?Ora che sono tornato, da Roma, reduce dal fine settimana birrario targato Macche/4:20 mi sembra più opportuno, invece, dire: ”meno male che non sto a Roma!” Fegato e portafogli non reggerebbero a lungo … Tanta roba, tutta buona, quasi tutta indispensabile: ma è davvero tanta. Questa la prima riflessione; la seconda è che è sempre un piacere, un grande piacere scendere da quelle parti. La terza è che andando a Roma è impensabile lasciare indietro una qualsiasi parte della sacra trimurti: Open, Macche e 4:20 meritano sempre e comunque un “passaggio” (o anche più di uno). Necesse est. Ed io, di buon grado, come sempre, mi sono adeguato: non ne ho toppati uno. Da qui il racconto, diviso in due post, del mio pellegrinare per locali romani, alla caccia della birra “migliore” e del cibo più “sfizioso”: l’importante è non aver trovato (o aver fatto finto di non trovare) nessuno dei due, almeno c’è la scusa buona per tornarci.

Via Portuense 82, 18 minuti a piedi dal Macche, la Brasserie 4:20: il tempio dei gourmet birrari, la terrazza birraria più fantasiosa dell’Urbe, il posto giusto per chi non si accontenta facilmente. Cena, e dopocena dedicato al Sour Winter Festival, organizzato da Alex Liberati e dalla sua “banda”. Al tavolo del piano terra una cena con i controfiocchi, annaffiata dalle birre “giuste”: d’altra parte è difficile non trovare quella adatta al piatto scelto, con 28 spine a disposizione, comprese una bella dotazione di birre spillate a pompa. Tagliata di Black Angus Argentino, tartare di chianina con olio ai fiori di Amarillo, sale maidon ed erba cipollina, paccheri alla Leo Weisse con limone, baccalà, fiori di zucca e pinoli, Imperial Russian Tiramstout: il tutto accompagnato da Nøgne Ø single Hop Citra, da Nøgne Ø Double Hop IPA e da una black ipa che non riesco a ricordare (…). Che dire: non certo il tipico cibo da pub, grande attenzione alle materie prime (la tagliata “parlava”) e agli abbinamenti, bella ricerca culinaria (la chianina con olio ai fiori di amarillo “rispondeva”), precisione e sveltezza nel servizio. Una bella cena, davvero, grandi birre con la conferma che il Citra, usato in solitaria, è, a mio parere, il  migliore luppolo da usare per una single hop beer: grande pulizia, delicato e deciso allo stesso tempo, esotico il giusto, elegante all’ennesima potenza, provoca quasi assuefazione. “Esotismo senza strafare”, questo potrebbe essere il motto Single Hop Citra che è rotondamente watery, più spigliata e meno impegnativa della “sorella” raddoppiata, la Double Hop Ipa, che nel carattere e nella struttura marca la differenza: più alcool, anche se mediato dalla importante luppolatura, meno “esoterica” e più classica, una prova produttiva comunque di tutto rispetto, 100 IBU di puro luppolo, per brassare la quale i titolari del birrificio norvegse hanno invitato a collaborare Toshi Ishii, della brewery giapponese Yo-Ho Brewing di Nagano.

Finita la sena, salita al piano superiore, nella “sala giochi” di Alex: 16 lambic alla spina (alcuni dei quali introvabili), 5 sour ale, sempre alla spina, e la prima uscita ufficiale della Revelation Cat Sample Selection: lambic con periodi d’invecchiamento diversi acquistati in Belgio da Alex, fatti maturare ciascuno in botti diverse (Brunello di Montalcino, Pineau des Charentes, Glenallachie, Marsala siciliano, Calvados, Bruichladdich Octomore, rum agricolo della Martinica) per ottenere, volutamente, risultati diversi. Un’orgia lambiccata, davvero, nella quale si è potuto tastare con …. palato l’effetto che sortiscono tempi e modi d’invecchiamento differenziati su di un prodotto, il lambic, già di per sé complesso. Difficile ricordarseli tutti con cognizione di causa (la proverbiale generosità di Alex ha messo a durissima prova mente e palato, pur allenati), ma alcune rimembranze mi sono rimaste: spettacolarmente morbido, elegante, leggermente legnoso e vinoso il lambic maturato in botti diPineau des Charentes, nettamente etilico quello condizionato in quelle di Glenallachie, single malt della Speyside, “zuccheroso” e comunque più “liquoroso” quello passato nelle botti di rum agricolo della Martinica, morbido e strutturato quello lavorato nelle botti di Bruichladdich Octomore. “Mostruoso” per alcolicità, consistenza e personalità il lambic 10% vol. di Boon invecchiato 4 anni; assoluti i due ultimi lambic prodotti da 3Fonteinen prima dello scoppio delle bottiglie (40 e 52 mesi). Tutti questi lambic “trattati” da Alex il prossimo anno verranno “blendati”, così da ricavarne gueze, che verrà imbottigliata in seguito. Che dire: si scrive Via Portuense 82, ma si legge  Pajottenland (o giù di lì)

4 Responses to “La trimurti romana (parte prima)”

  1. INDASTRIA

    Ero il venerdì da alex ma non essendo in formissima purtroppo ho assaggiato ben poco.
    Straordinari i due 3F ma anche la oerbier davvero memorabile

  2. Augusto Brusca

    Confermo il parere più che positivo di Indastria sulla Oerbier, che mi ha ricordato le migliori bottiglie di qualche anno fa. Ma anche la Pannepot Wild giustificava la visita, purtoppo un po’ frettolosa a causa del poco tempo a disposizione

  3. La trimurti romana (seconda parte) | inbirrerya

    […] Dopo la “tana” di Alex Liberati, è la volta dell’Open e del Macche, con il suo festival. Sempre molto frequentato l’Open Baladin, sempre ampia la scelta relativa al mangia e bevi. Testate alcune novità inserite dal Bonci all’interno dell’ ampio menù, con il Long (panino fatto con l’impasto della pizza del Pizzarium) al prosciutto e bufala un gradino sopra tutto (anche se le classiche fatatone e le crocchette di polenta con farina di mais del Molino Marino con fonduta di formaggi hanno fatto la loro bellissima figura). Il capitolo “bere”, nel mio caso, ha fatto registrare alti e bassi: una Jaipur in forma spettacolare, ancora più luppolata di quanto ricordassi, austera e asciutta, rustica e, allo stesso tempo accomodante; la nuova (l’ennesima nuova) del Brewdog, un po’ “pesante”, la Hops Kill Nazis (nella versione definitiva del nome), una imperial red ale (dicono loro) che vorrebbe essere la sorella maggiore della 5  A.M.Saint, dalla quale però si discosta anni luce. Tanto malto, tanto caramello, un rosso rubino abbastanza cupo, una rotondità greve che la rende molto pastosa e che costringe a scomparire quel luppolo (chinook e centennial) che, nella dichiarazione d’intenti, dovrebbe essere così potente da uccidere anche i Nazi. Da rivedere. Come anche la Straff di Extraomnes, una winter saison molto robusta (9,5% vol.), che fatica un po’ a prenderti, con la sua massiccia caratterizzazione fruttata che “ammazza” un po’ la carica amaricante, della quale invece se ne sentirebbe il bisogno per spiccare il volo; bella al naso, ricca la schiuma, da raffinare la sua evoluzione al palato. Il top si è rivelata la Birra del Borgo ReAle 6° Anniversario: luppoli dai quattro angoli del globo (Hallertau Saphir, Amarillo, Nelson Sauvin, Sorachi Ace) per questa APA che è un sogno annusarla e bersela: tenacemente raffinata, levigata fino all’ultima goccia, la “dose giusta dell’amaro” ha detto mia moglie (quella che se ne intende davvero, in famiglia), con una schiuma “solida”, dal carattere ingannevolmente mite, assolutamente non remissiva ma tenace nella sua perseveranza esotica/luppolata. Una APA come pochissime altre in giro. […]

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