La trimurti romana (seconda parte)

Dopo la “tana” di Alex Liberati, è la volta dell’Open e del Macche, con il suo festival. Sempre molto frequentato l’Open Baladin, sempre ampia la scelta relativa al mangia e bevi. Testate alcune novità inserite dal Bonci all’interno dell’ ampio menù, con il Long (panino fatto con l’impasto della pizza del Pizzarium) al prosciutto e bufala un gradino sopra tutto (anche se le classiche fatatone e le crocchette di polenta con farina di mais del Molino Marino con fonduta di formaggi hanno fatto la loro bellissima figura). Il capitolo “bere”, nel mio caso, ha fatto registrare alti e bassi: una Jaipur in forma spettacolare, ancora più luppolata di quanto ricordassi, austera e asciutta, rustica e, allo stesso tempo accomodante; la nuova (l’ennesima nuova) del Brewdog, un po’ “pesante”, la Hops Kill Nazis (nella versione definitiva del nome), una imperial red ale (dicono loro) che vorrebbe essere la sorella maggiore della 5  A.M.Saint, dalla quale però si discosta anni luce. Tanto malto, tanto caramello, un rosso rubino abbastanza cupo, una rotondità greve che la rende molto pastosa e che costringe a scomparire quel luppolo (chinook e centennial) che, nella dichiarazione d’intenti, dovrebbe essere così potente da uccidere anche i Nazi. Da rivedere. Come anche la Straff di Extraomnes, una winter saison molto robusta (9,5% vol.), che fatica un po’ a prenderti, con la sua massiccia caratterizzazione fruttata che “ammazza” un po’ la carica amaricante, della quale invece se ne sentirebbe il bisogno per spiccare il volo; bella al naso, ricca la schiuma, da raffinare la sua evoluzione al palato. Il top si è rivelata la Birra del Borgo ReAle 6° Anniversario: luppoli dai quattro angoli del globo (Hallertau Saphir, Amarillo, Nelson Sauvin, Sorachi Ace) per questa APA che è un sogno annusarla e bersela: tenacemente raffinata, levigata fino all’ultima goccia, la “dose giusta dell’amaro” ha detto mia moglie (quella che se ne intende davvero, in famiglia), con una schiuma “solida”, dal carattere ingannevolmente mite, assolutamente non remissiva ma tenace nella sua perseveranza esotica/luppolata. Una APA come pochissime altre in giro.

Fai 10 minuti a piedi (dall’Open), attraversi il ponte Scipio e ti trovi nel bel mezzo di Trastevere, l’ombelico del mondo birrario romano, con il Bir & Fud e il Macche che anche quest’anno si son dati da fare per mettere insieme un bel po’ di birre sotto l’albero (di Natale). La “solita” bella gente, i “soliti” piacevolissimi compagni di bevute, i “soliti” noti (Kuaska, i birrai) che si son dati da fare per rendere il più appagante possibile anche questa edizione. Per chi viene da fuori (come me) fa sempre impressione vedere che gran parte dell’evento si svolge, letteralmente, per la strada: via Benedetta si trasforma, a lungo, nel più frequentato street pub dell’Urbe, e chi non è allenato (come me) ci mette un po’ all’inizio, ad ingranare. Individuare la tecnica e la tempistica giusta per avvicinarsi al bancone (soprattutto del Macche) per farsi servire richiede tempo, applicazione e occhio vigile: la giostra può partire solo quando hai capito come fare il tutto. Con delle doverose scelte a monte: sai in partenza che la quantità somministrata per ogni bevuta non ti permetterà mai di fare il giro completo di tutto il ben di dio che anche quest’anno le due “emanazioni” del Colonna hanno messo a disposizione. E quindi, associazione degustative con complici fautori della tua stessa strategia, e investimento “completo” sulle birre reputate (preventivamente) assolutamente imperdibili. Esito finale: un discreto numero di assaggi, con la produzione italiana più penalizzata: e me ne dispiace, ma ci sono dei limiti organici insuperabili. Che cosa mi è piaciuto meno: Beer Here Jule IPA, molto diversa da come me la ricordavo, con una sensazione di infuso che stentava ad abbandonarla; De Molen Mooi & Meedogenloos Buichladdich, una belgian strong ale che l’invecchiamento in botte ha decisamente appesantito e affannato, senza riuscire a regalarle quella eleganza che mi attendevo. Troppo corpo, troppa melassa, troppo vischiosa, quasi solida. Evil Twing Yang, una imperial ipa di 10% vol. brassata in quel di Fraserburgh inutilmente massiccia, con così tanto malto caramellato che una luppolatura latente non ha potuto e saputo mitigare. Mi ci è voluta una Madamin di Loverbeer (spettacolarmente pulita ed elegante) per “strozzarla”. In buonissima ferma la “classica” natalizia di Dupont, che fa molta più bella figura alla spina che in bottiglia, con la sua tessitura luppolata in stato di grazia; solo “normale” la Pére Noel di De Ranke, beverina e relativamente poco complessa la Zinnebir Xmas di De La Senne. E poi il “mistero” Stille Nacht: deluso dalla versione 2010 di questo must, mi aspettavo molto dalla versione 2011, che ho trovato, ancora non del tutto convincente. Meglio al naso che in bocca, tanta bella frutta, ma ancora in piena evoluzione, e, come dice molto meglio di me Catalizzatore, “grandi alcoli superiori” che intasano abbastanza testa e palato. Vediamo come evolverà; per ora sospendo il giudizio.

Le birre migliori? Kuhnhennn DR IPA, Caterpillar di Brewist/Beerhere, Cigar City Jai Alai: domani le racconto.

2 Responses to “La trimurti romana (seconda parte)”

  1. Le Birre del Borgo | inbirrerya

    […] renderla ancor più intrigante e apprezzata. Poco tempo fa ho avuto modo di aprrezzare, on taps, la Re Ale 6° Anniversario, spillata alla perfezione all’ Open di Roma, davvero splendida; tornato a casa ho fatto un […]

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