Le tre sul podio

Uno va alla festa delle birre natalizie e poi se ne ritorna con una classifica personale nella quale il podio è abitato solo da birre non-natalizie; non sono stato l’unico ad averlo fatto/detto, anche se la colpa non è, nel mio caso, della Fou Foumè, che non sono riuscito a farmi servire “in tempo utile”. Probabilmente mi si è “cambiata” la  testa, oltre che il palato, a forza di bere “amaro”, luppolato ed extraluppolato: cerco sempre di più, apprezzandole, di conseguenza, sempre di più, le tipologie di birre ricche di una luppolatura non tradizionale, che, evidentemente, hanno creato una sorta di assuefazione/dipendenza. Al di là, però, dei gusti e degli apprezzamenti individuali, le tre birre qui di seguito descritte valevano davvero il viaggio a Roma, per personalità, qualità, eleganza: tutte e tre più che riuscite, anche la più giovane delle tre, con solo poco più di un mese di vita sulle spalle.

Parlo della Caterpillar, che Pietro di Pilato di Brewfist ha messo su con Christian Skovdal Andersen di Beerhere solo agli inizi di novembre, grazie ai buoni uffici  e alla capacità progettuale di Domus Birrae. Una signora pale ale (e non la paventata “mega super double IPA” che molti si aspettavano, conoscendo i due “manici”), dall’abv di  5,8%, brassata in quel di Codogno con malto di segale e luppoli Columbus e Motueka. Due che, già bravi a livello individuali, si sono rivelati altrettanto bravi (se non di più) nel mettere insieme sapere, passione e fantasia produttiva (il che non è mai da dare per scontato). Asciutta e regale nella sua semplicità, esotica solo quanto basta, pizzichina quanto ci vuole, ha rotondità lasca, e freschezza da vendere, sia al naso che al palato. Ti achhiappa ed avvolge, con la sua frizzantezza moderata, la sua personalità delicatamente agrumata ed il finale che è il sunto della compiutezza. Lo ripeto, aveva solo poco più di un mese di vita …

Gli viene subito dietro, o prima, o accanto la Cigar City Jai Alai IPA, la “fotocopia”, se possibile, in meglio della Caterpillar : luppolata fino al “nocciolo”, ordinata e quasi scolastica nella sua offerta di sapori ed odori, tutti nella sequenza corretta, tutti al posto giusto e al momento giusto, tutti essenziali ed insostituibili. Una birra giocosa, non pedante, come al gioco è ispirato il suo nome, “giocoso” già di suo: jai alai, nella lingua basca vuol dire festa felice, ed è il nome di una variante di un gioco tipico della regione basca della Spagna che si chiama palla basca. In questo sport i giocatori cercano di scambiarsi la palla usando un attrezzo chiamato chistera, una specie di cesta di vimini dalla forma concava e affusolata, in un campo di gioco che in spagnolo si chiama frontòn (lo sferisterio di casa nostra). A Tampa Bay, dove la Cigar City Brewing ha la propria sede, esisteva in passato uno di questi frontòn, da qui l’idea di quelli della brewery di ricordarlo con una birra/tributo. Bello il suo colore ramato, spettacolarmente pulito e screziato di resina e pompelmo il naso, rotonda in bocca e spumeggiante al palato, con caramello e luppolo erbaceo in bella alternanza. Importante la gradazione alcolica (7,5%) che comunque vola via in un soffio. Leva la sete come poche, soddisfa come pochissime altre, frescheggiante in maniera lussuriosa. Nata per essere servita alla spina: in bottiglia, ne sono convinto, ci perde un po’.

12° classificata fra le migliori 100 brewery al mondo secondo Ratebeer nel 2011; nessuna delle loro 80 (o giù di lì) birre in portfolio fra le prime 100 al mondo (e nemmeno fra le prime 50 negli USA): il che parrebbe voler dire che non hanno prodotti di eccellenza assoluta, ma una qualità media veramente al top. E’ la Kuhnhenn Brewery di Warren, nel Michigan, aperta ufficialmente nel 2001 (anche se l’ ”azienda” era stata imbastita già nel 1998), diventata nel 2006 l’attività principale di Bret ed Eric Kuhnhenn, i due fratelli proprietari della brewery. Prima gestiscono un negozio di ferramenta, poi si incuriosiscono, da homebrewers, del magico mondo della birrificazione, fanno un ulteriore step diventando anche rivenditori di materiale per hombrewer all’interno del proprio negozio. Infine il salto definitivo, dopo cinque anni di attività parallela (birrai e negozianti). Questa, in estrema sintesi la storia della Kuhnhenn, birrificio totalmente nuovo per me, come la sua DR IPA, una imperial/double IPA che ha fatto il suo debutto (credo) nell’empireo del Macche, lo scorso fine settimana. Un debutto col botto, per quanto mi riguarda, visto che mi ha davvero impressionato per consistenza e geometrico equilibrio. Che non so se le è regalato anche dall’uso di riso, ma che di sicuro si manifesta nell’esatto contrappunto fra malto e luppolo, fra note rotonde di caramello e una ricchezza luppolata non ridondante, che non scade mai nella spesso troppo ritrita varianza esoticheggiante. Sorprendentemente snella, a dispetto della sua pur robusta consistenza alcolica (9,5% vol.), austeramente amareggiante, delicatamente speziata, più resinosa che fruttata, meno erbacea di tante altre. Sostenuta fino alla fine (senza essere spocchiosa), non cede in nessuna delle sue componenti, regalando spigliatezza fino in fondo. Da bersi tutte le volte che uno può; non ti presenta un conto troppo difficile da saldare.

2 Responses to “Le tre sul podio”

  1. Alberto Laschi

    Parole sante
    Nell’invecchiare mi sto rendendo conto di “regredire”

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